Lecittàdicarta | BERLIN files

I GIORNI PRIMA

Berlino per me non è mai stata una città reale. Piuttosto, un luogo immaginario. Uno spazio e un tempo, talvolta definiti altre volte infiniti. Una scenografia. Un sottofondo.
Tutte le storie di questa città sono entrate anno dopo anno nella mia testa senza mai più uscirne. Le ritrovo tutte, solleticandone appena il ricordo.
I personaggi da tre soldi di Bertolt Brecht. Le note di Kurt Weill. I film di Wim Wenders. Il cielo sopra Berlino. Gli anni di piombo di Margarethe von Trotta. I colori degli espressionisti tedeschi negli occhi. Il frastuono degli Einstürzende Neubauten nelle orecchie.
E poi Nick Cave. E David Bowie. I Kraftwerk. E la psichedelia tedesca. L’elettronica. La Techno.
I ragazzi dello Zoo di Berlino. Lola corre. Il Festival del Cinema. La LoveParade. La scuola Bauhaus. Marlene Dietrich. Il terzo Reich. Il muro.
No. Un viaggio a Berlino per me non sarà un fatto di spostamento, di partenza e arrivo, o andata e ritorno. L’unica distanza che percorrerò è quella che mi separa da ciò che sono stato. Sarà un viaggio dentro. Il viaggio più difficile. Quello che metterà in discussione la mia cultura, stratificata negli anni.
Andare a Berlino, per me, sarà un rischio enorme. La città che ho costruito nella mia testa non può esistere davvero, non è probabilmente mai esistita. Ne sarò deluso sicuramente. A due giorni dal viaggio, sono già pentito della scelta. Ad un costo minore Ryanair mi proponeva Varsavia, sarebbe stata più indolore.

EAST SIDE GALLERY MEININGER HOTEL

Una costruzione recentissima, moderna, dal gusto ultragiovanile. Niente da eccepire, posizione eccezionale, pulizia e igiene, rapporto qualità/prezzo imbattibile. Cose che su Tripadvisor e su Booking sbancano la concorrenza.
Ma la cosa che mi colpisce di più di questo posto è il divario sociale, culturale, economico, etnico, professionale tra le due componenti del personale: gli amministrativi della reception e gli addetti alle pulizie.
Ragazzotti giovanissimi, belli, fisicamente prestanti, europei, poliglotti, scolarizzati e informatizzati fino al midollo, alla reception ti trattano con una freddezza glaciale che ti spiazza. Parlano tutte le lingue, tranne l’ italiano.
Mentre mi sforzo di tradurre le loro complicate risposte alle mie semplicissime domande, ho bisogno di ricordare a me stesso che sono io pagare e non viceversa. Rifaccio le domande, sorri ai dont anderstend mi scuso, ma loro niente. Infastiditi, ripetono usando le stesse identiche parole, come se il mio problema fosse essere sordo. Automi. Bellissime ragazze e affascinanti giovanotti. Ma automi.
Mi sale l’irritazione. Nella mia mente cataste di libri sulla customer satisfaction, il Verbo dei miei anni novanta post-universitari di apprendista imprenditore, si danno volontariamente il rogo, uno a uno. Il marketing, la scienza suprema di fine secondo millennio, qui è Medioevo. Il cliente non ha più ragione, anzi. Al contrario, se non parli perfettamente le lingue, cosa ti metti a viaggiare, stai a casa davanti alla tv, no?
Una coppia di romani accanto a me, nel mio stesso stato di inadeguatezza, prova invano a spiegarsi a gesti. Mi scanso. Non mi piace socializzare con connazionali, quando sono all’estero. Finisce che ti ritrovi invitato dalla mattina alla sera.
Passano i giorni. Alla reception sempre il solito atteggiamento minimal chic. Mettono alla porta una famiglia spagnola con bambini. Il pos non riconosce la carta di credito. Non ascoltano ragioni.
Al contrario però, faccio una scoperta che mi riconcilia col mondo. Il personale fantasma, quello che non devi vedere, quello con cui comunichi soltanto appendendo cartoncini alla porta della tua camera, si rivela di una umanità straripante. Basta anche solo un tuo gummorning, un sorriso, un guardarli passare mentre spingono enormi carrelli di biancheria sporca, e ti sommergono di piccole delicate attenzioni, di simpatia. Che diventa umile e servizievole disponibilità a qualsiasi tuo capriccio, se lo vuoi.
Cingalesi, indiani, thailandesi, portoricani. A ricordarti il divario di provenienza, di titolo di studio e stipendio, tra le componenti del personale. Non conoscono l’inglese. Annuiscono soltanto. Eppure il loro linguaggio è quello più potente. Il calore umano, la gentilezza, la cordialità, il garbo con cui si fermano a darti la precedenza, se li incroci in corridoio.
Mi chiedo cosa avranno i miei figli, già destinati ad un futuro da privilegiati, più di questa gente. Mi interrogo se tutta l’istruzione scolastica, i diplomi, i master, i dottorati del mondo valgono un grammo di questa educazione primordiale. Quale civiltà è la nostra. E’ questo il pensiero che questo albergo e questa città mi insinueranno nella testa, dopo questo viaggio.

KREUZBERG

Non un luogo in sé, né la sua bellezza esteriore. Ma la ricerca della sua anima, vale veramente la pena per me. Io che nei miei viaggi non conosco altro orientamento, se non l’arte di perdermi dentro ad un quartiere sconosciuto.
La mia Berlino. Viaggio di introspezione, nelle mie stanze buie, tra le cose che ho dimenticato.
Faccio riflessioni impegnative già di prima mattina, mentre passeggio accanto al Muro, direzione Kreuzberg.
Ci arrivo lasciandomi alle spalle la East Side Gallery e attraversando Oberbaumbrücke. Uno dei ponti più famosi e suggestivi della città, che divideva Berlino Ovest (Kreuzberg) da Berlino Est (Friedrichshain). Vecchia zona di valico dunque, fortificata, pattugliata, sorvegliata, armata. Uno dei simboli, oggi, della riunificazione della Germania.
Alla fine del ponte, mi accoglie un enorme murales che fa mostra di sé sulla facciata di un palazzo. È un’opera di Blu, street artist italiano di fama mondiale, un pioniere. Il Leviathan, l’uomo che mangia uomini. Un gigantesco uomo rosa formato da centinaia di omini più piccoli. Un mostro fatto di anime, che divora le sue vittime senza pietà. Il Leviathan, appunto. Un’installazione maestosa, dominante. Che mi lascia a bocca aperta.
Il palazzo è lo stesso su cui le cronache delle notti berlinesi raccontano di file chilometriche all’ingresso del Watergate, locale alternativo famosissimo appunto per la selezione all’ingresso. Delle buttafuori donne, pazze scatenate, ti fanno delle domande sull’artista che si esibisce quella sera. Se dimostri di essere un adepto, entri. Altrimenti vai a fare i tuoi selfie del cazzo di turista curioso da un’altra parte. Al Watergate è così. Due ore di fila in strada, in piena notte e al freddo, quando arriva il tuo turno, risposta sbagliata. Non puoi entrare.
Con le sue bizzarrie, Kreuzberg mette subito in chiaro la sua natura di quartiere alternativo. I turchi, i giamaicani ed a seguire tutti gli altri popoli che vi si sono insediati, hanno costruito questo angolo di mondo, cercando ciascuno di dargli immagine e somiglianza.
Dovunque il mio sguardo si posi è un’enorme galleria di murales e graffiti. Come un virus che ha infettato tutto. Non trovo un muro, un portone, un anfratto che sia stato risparmiato.
Camminando su Oppelner Straße mi fermo sotto l’imponente Yellow Men degli Os Gemeos, i due fratelli brasiliani conosciuti per i loro strambi ed enormi personaggi gialli.
Sulla stessa strada compare un altro grande murales. Rounded Heads di Nomad, artista di base a Berlino riconoscibile per lo stile ornamentale, quasi rinascimentale.
Entrerei volentieri a sbirciare da Silver Disc, negozio di vinili e musica alternativa, se non fosse chiuso.
Non faccio in tempo a voltarmi, per capire da dove vengono certi rumori metallici che stridono indolenti nella tranquilla mattinata di Kreuzberg, che mi ritrovo di fronte l’opera di HuskMitNavn, con il suo sfondo rosa pastello e i suoi toni infantili, realizzata su un edificio in prossimità di un piccolo parco giochi.
A breve distanza, dentro il Görlitzer Park, un minigolf sotterraneo pieno zeppo di graffiti e murales. Si tratta di ex magazzini di una stazione dei treni, trasformati in un’enorme opera d’arte fatta di mura colorate e fosforescenti, con buche da minigolf. Uno scenario fantascientifico, surreale. Di una bellezza tribale, primordiale.
Continuo a vagare senza meta, ubriacato e stordito dalla marea di vernice con cui migliaia di bombolette spray hanno ormai ricoperto ogni centimetro quadro di questo quartiere pazzesco.
Una volta imboccata Oranienstraße, m’infilo dentro Coretex Records, un posto irrinunciabile. Storico negozio di musica alternativa, nonché etichetta discografica punk, radio indipendente, agenzia di produzione eventi. Ci rimarrei dentro per giorni. A dormire sonni beati, cullato da tutta la musica che ho ascoltato per decenni. Compro qualcosina da un cyber-commesso, uno i cui lineamenti del volto puoi solo intuire, sotto le decine di piercing facciali.
Esco rigenerato, cammino lungo Oranienstraße, mi guardo intorno. Eccola lì, l’opera mastodontica dell’artista belga ROA, Nature Morte. Vari animali, sempre ricorrenti nelle sue opere, appesi a testa ingiù come al macello. Straniamento totale. Nel bel mezzo di uno degli angoli più vivaci e trafficati del quartiere, questa macabra scena ti sottopone il lato crudele della vita, la morte.
Mi sento confuso, smarrito. Non posso proseguire. Mi devo fermare. Trovo un posto. Mi siedo. Respiro. Tiro fuori il taccuino. Scrivo. Per un tempo infinito. Quando mi ridesto dall’estasi creativa, rileggendo ciò che ho scritto, sono ancora più turbato. Qui, in questo luogo senza tempo non ci sono più. Le parole sulla carta non le ho scritte io. Le hanno scritte le mie ferite. Respiro profondamente. Niente da fare, non mi riprendo. Ho fame.
Consumo un panino vegetariano in un bar turco, scambiando due chiacchiere fugaci quanto svogliate, coi due ragazzi al banco. Si ricomincia.
Il murales Astronaut/Cosmonat di Victor Ash campeggia sul fianco di un edificio su Skalitzer Straße all’angolo con Mariannen Strasse. Mi sposto sulla strada per ammirarlo da diverse angolazioni. Il sole crea strani riflessi di luce.
Ne ho visitato un decimo, al massimo, e Kreuzberg è già la più grande galleria a cielo aperto di arte contemporanea che io abbia mai visto. Una immensa distesa di opere. La street art al massimo del suo splendore.
Passo davanti a Disorder Rebel Store, altro famoso punk shop di cultura alternativa,
rinunciando ad entrare. Una sbirciata soltanto. Ho ancora i polpastrelli zozzi, intrisi della polvere sui vinili di Coretex. Mi si apre improvviso il ricordo universitario romano di pomeriggi interi passati a scartabellare vinili, negli scaffali orizzontali di Disfunzioni Musicali. Non aver soldi per comprar niente, ma star lì dentro lo stesso, il più possibile, per ascoltare ad alto volume nelle casse i vinili appena usciti. Fu così che feci il mio primo incontro ravvicinato con Fields of The Nephilim , per dire il primo che mi torna in mente.
Sul marciapiede, percorro un breve tratto di strada alle spalle di una coppia di italiani. Preso da un sussulto di nostalgia, mi metto ad origliare. Lei parla poco, insofferente. Lui la incalza di domande che finiscono tutte con “o no?”. Prima che le nostre strade si dividano, lei mi regala una parola che non conoscevo. Endogamia. Mi sarà preziosa. Potrò spiattellarla in uno dei miei racconti, facendo colpo su quelli ignoranti come me.
Sono infine davanti al mitico SO 36. Locale simbolo di Kreuzberg, ritrovo di tutta la comunità alternativa della città negli anni ‘80. Un tempo qui venivano a veder concerti due visionari di nome David Bowie e Iggy Pop. E’ chiuso purtroppo. Sarà per un’altra volta.
Ultimo, arriva il Bethanien Südflügel in Mariannenplatz, uno dei luoghi più creativi di Kreuzberg, un ex ospedale costruito a metà ottocento, con un piano di sotto dedicato a mostre temporanee e quello superiore a disposizione di atelier e workshop. Un vero e proprio quartier generale dell’arte, gallerie, un caffè, ristoranti, una scuola di musica.
La mia giornata a Kreuzberg finisce qui. Una giornata che mi restituisce tutta la bellezza della Berlino immaginaria del mio passato.
Una cosa però che non mi spiego è come in una città moderna, centrale, europea come Berlino, abbiano potuto lasciare questo quartiere libero di autodeterminarsi, di dipingersi, di modellarsi e di autogestirsi.
Non puoi essere residente qui se non accetti la libertà di chiunque di ridipingersi a suo piacimento il tuo portone d’ingresso, il tuo citofono, la tue finestre, la tua bicicletta in sosta, le scuole dei tuoi figli. Tutto. Nessun centimetro escluso.
Kreuzberg vive fuori dalle regole. I negozi aprono e chiudono quando gli pare. Straboccante di locali notturni, gallerie e scuole d’arte in ogni angolo. Gente di tutte le razze, che vive di notte come fosse giorno. Moderna Babilonia. Senza l’ombra di Dio o dello stato. Né padroni, né servi. L’arte domina su tutto. La libertà gode della sua massima espressione.
Guardando tutto questo, capisci che di concetti come crescita o progresso, a pensarci bene, si può vivere anche senza, nella vita.
Cercherò invano di custodire dentro di me il ricordo di questa giornata e di questo luogo. Ma sarà impresa impossibile. Come di chi, appoggiando una conchiglia all’orecchio, creda di poter sentire il mare, imprigionato dentro.

GAFFES & CURRYWURST

Il più tipico cibo di strada tedesco, il currywurst, è una salsiccia arrostita e condita con salsa a base di ketchup e curry. Così schifoso, che non sprecherò altre parole.
Anche i mercatini di Natale berlinesi non mi ispirano per niente. Dovunque ti giri, wurstel, patatine e birra a tonnellate.
Della gastronomia teutonica invece, ricorderò le mie gaffes.
Primo giorno. Mi avvicino ad uno stand dove cinque forzuti stanno arrostendo e impaninando centinaia di salsicce di tutti i tipi. Io non mangio carne, ma faccio la fila lo stesso. Quando arriva il mio turno, ruotando il dito indice a indicare tutta la baracca, chiedo: “Only meal?”, solo cibo?
In pratica ho fatto mezz’ora in fila davanti ad uno stand di wurstel solo per chiedere se vendevano qualcos’altro oltre al cibo!
In realtà io volevo dire “only meat?”, solo carne? Come per intendere, non avete mica un panino vegetariano?
Il tedesco alla cassa mi guarda esterrefatto. Continua a ripetere dontanderstend, cercando consolazione nello sguardo dei colleghi arrostitori seriali.
Io me ne vado contrariato, sti tedeschi non capiscono l’inglese, mi dico. Quando ci ripenso e mi accorgo dell’errore di consonante, scopro che lo capiva benissimo lui, l’inglese.
Due giorni dopo, sono seduto al tavolo di un ristorante. Pizza troppo grande, mi casca di fuori, ho davvero bisogno di un secondo piatto vuoto. Chiamo la cameriera: “One more empty flat, please”, un altro appartamento vuoto, grazie!
La ragazza mi scoppia a ridere in faccia, “d’you mean plate?”
I miei viaggi van così. La gaffe linguistica, chissà perché poi quasi sempre culinaria, è sempre dietro l’angolo.

ACCATTONAGGI

Quello che non mi aspetto si presenta subito davanti agli occhi, nella sua cruda e amara realtà. Berlino è anche una città di questuanti, mendicanti, clochard e accattoni. Li vedi barcollare in ogni angolo della città, a ricordarti l’altra faccia del miracolo economico europeista. Petulanti, invadenti, insistenti, riconoscono facilmente il viaggiatore e il suo caritatevole senso di estraneità al luogo. I nativi, al contrario, sfilano ciechi e impassibili, seguendo traiettorie esperte, eludendo e schivando ogni contatto possibile.
In nessuna altra città, alcol ed eroina hanno fatto così tante vittime. Fantasmi che si aggirano nello spazio a ricordarmi che per loro il tempo si è fermato. Christiane F. è ancora lì, e non si è accorta che il bambino sprovveduto che ero è diventato un vecchio viaggiatore in preda agli acciacchi dell’età, ma dalla vista smaliziata, adusa a questo genere di cose.
Di notte stazionano sotto i portici, negli anfratti, dentro ad ogni riparo possibile. Dormono indisturbati. La gente li scansa o ci passa sopra.
Il ritrovo di tossici e spacciatori non è più lo Zoo di Berlino. Dopo la caduta del muro adesso è a Kreuzberg, in piazza Kottbusser Tor, più comunemente conosciuta come Kotti.
L’eroina c’è ancora eccome. Ma sono le droghe sintetiche adesso, a farla da padrone.
Straniero. Non giudico. Prendo atto. Anche questa è Berlino.

POTSDAMER PLATZ

Giorno dopo giorno, cantiere dopo cantiere, la città nuova è sorta sulle macerie della vecchia. Ne ha rimosso l’anima e lo spirito, sostituito lo spazio e il vuoto con l’agglomerato. Dov’era il nulla, il tutto.
Potsdamer Platz, nel quartiere Tiergarten al confine con Mitte, ne è la rappresentazione massima. Le costruzioni del terzo millennio hanno ingurgitato il preesistente. Cerchi un angolo che ti restituisca l’obsoleto, e non lo trovi.
Il Sony Center è il centro di una nuova area direzionale commerciale. Una struttura imponente, straripante di balocchi e luccicanti lusinghe. Ingegneria e design futuristici, materiali ipertecnologici, multiplex, multimedia, multispazi, multipiani. Tutto multiplo.
Tranne il numero di clienti del Sony Store, fiore all’occhiello della struttura, il cui fatturato è però evidentemente lontanissimo da quello di un qualsiasi Apple Store.
Questa piazza doveva essere Il Luogo, il simbolo della nuova Berlino. E forse lo è davvero, per il turista. Non per me, che sento nell’aria che respiro, nella luce che si riflette sui palazzi di vetro, una sensazione di artefatto, che sovrasta ognuno dei miei cinque sensi.
Di giorno come di notte.
A Bahnhof Potsdamer Platz, appollaiato sotto una pensilina di vetroresina che mi offre riparo, in una notte d’inverno polare, poco dopo la mezzanotte, nel silenzio sento come un lamento. La vecchia Berlino, lacerata, dilaniata, piange il proprio passato.
Avevo conosciuto questo luogo per immagini.
Le scene indimenticabili girate da Wim Wenders. Annus Domini 1987. Il Cielo sopra Berlino. Visto. Colpito e affondato. Bum.
Quando il bambino era bambino. La stilografica di Peter Handke, che corre ossessiva sulle pagine di Rilke. Dolce incantesimo che avvolge. Amaro disinganno che rivolta l’esistente.
Wenders l’aveva capito, cosa stava per succedere. Ne era consapevole. Era la sua profezia. Avrebbe consegnato alla storia del cinema il suo capolavoro. Fotogramma dopo fotogramma.
Io, giovane studente di tecniche cinematografiche, me ne resi conto subito. Lo intuivo da come aveva realizzato i movimenti della macchina da presa. Le angolazioni, le carrellate, le panoramiche, i piani-sequenza si ostinavano a mostrare la città sullo sfondo. Al centro, l’azione appariva lenta, innocua. Il film era soprattutto fotografia e scenografia. Berlino denudata, rivoltata nelle viscere. Consegnata al futuro come non sarà mai più.
Gli angeli che ascoltavano i pensieri dei passanti erano artificio letterario. Passavano attraverso il Muro e diventavano presagio. Dinamite sociale, provocazione culturale, atto di rivoluzione politica.
Le scene girate a Potsdamer Platz con la piazza vuota, deserta, prima della caduta del Muro, raccontavano la condizione d’animo di quei giorni, le aspettative del mondo. Non si trattava di stato di abbandono, come avevo creduto allora. Era invece sopralluogo di cantiere. Da lì a poco Renzo Piano e i suo amici architetti, i più famosi al mondo, coi soldi di un consorzio di multinazionali, avrebbero lottizzato urbanizzato edificato fino all’ultimo centimetro di suolo disponibile.
Poi ancora altre immagini. Un anno dopo la caduta del muro, Roger Waters organizzò in questa piazza immensa un concerto di beneficenza, The Wall. Sul palco c’erano tutti, ma non i Pink Floyd. Annus Domini 1990. Luglio. La divisione tra DDR e Germania Ovest, di fatto, non esiste più.
Milioni di comunisti passeranno entro un decennio a migliori ideali. E così sarà anche per me.
Coerenza, virtù che non mi si addiceva, allora come adesso. Nel 1989 avevo vent’anni. Non mi ricordo neanche più se ero comunista. Non saprei dire se lo sono mai stato davvero. Di una cosa sono sicuro. Quell’anno anche io, come tutti, sono morto dentro.
E adesso, sul finire del 2017 mi ritrovo qui a Potsdamer Platz. Mi guardo intorno spaesato.
Langue dentro di me quella parte del ricordo che confina col rimpianto.
Cerco invano, come il vecchio nostalgico del film, il mio Cafè Josty. Il passato che non torna. Mai.

LA LEGGENDA DEL SACROSANTO BEVITORE

Fine Dicembre. Due gradi sotto zero. La città si sveglia, io sono già in cammino. Cielo grigio tortora, impenetrabile. Niente che mi faccia venire voglia di qualcosa di diverso da una tazza bollente. A quest’ora, mi accontento di uno Starbucks qualsiasi.
Quando esco, venti minuti dopo, ha preso anche a piovere. Un esercito di automi in cammino ognuno verso il proprio Eldorado. Poche macchine, pedoni soprattutto. Li osservo salire e scendere da treni e autobus ma non riesco a credere ai miei occhi.
Centinaia di lattine e bottiglie di birra, nelle mani di questo popolo a me alieno. Vedrò per tutto il giorno uomini e donne di tutte le età, fare razzia di bottiglie e lattine, dai distributori automatici o dentro gli hard-discount. Con il loro oro in mano, infilarsi dovunque. Nei negozi e nei centri commerciali, nelle sale di attesa, sotto le metropolitane, fin dentro alle viscere del sottosuolo. Intorno a me non vedrò altro che birre.
Non è possibile. Per il momento, rinuncio a calcolare, su base campionaria, a quanto potrebbe ammontare il numero medio di birre consumate quotidianamente in tutta la città. Cedo soltanto, di quando in quando, alla tentazione di sbirciare in direzione dei cassonetti o delle campane di vetro sparse dovunque.
La sera in albergo mi documento. In Germania la birra è la bevanda nazionale. E la Baviera è indiscussa capitale mondiale del consumo di birra pro capite.
Oktoberfest tutto l’anno insomma, a giudicare dalle statistiche. 140 litri all’anno pro capite in Germania, 30 in Italia, tanto per dare due numeri. Se togli i bambini e tutti quelli che non ne bevono, un bevitore medio tedesco consumerà almeno 700 litri all’anno. Due litri al giorno, tutti i giorni. Se nei feriali lavora e beve meno, il fine settimana per stare nella media deve ubriacarsi per forza. Ne avrò conferma qualche sera più tardi, girovagando per locali notturni, alla ricerca di una innocua insignificante ridicola rossa media. Oltre non vado.
Nei supermercati di Berlino, reparto alimentare, almeno un terzo dello spazio totale è occupato dalle birre. Ale o Lager. Ambrate, scure o chiare, di frumento o con malti di segale, maltate o luppolate, dolci o amare. Un’infinità di varianti, qualità e prezzi.
Facendo la fila alla cassa di un Iper, mi ritrovo subito dietro a un gruppo di ragazzi. Una decina, con in mano ognuno la sua birra soltanto. Uno scontrino a testa, o quasi.
Sopraffatto dall’ineffabile, prendo ancora una volta atto e mi astengo dal giudicare. La sospensione del giudizio è un pilastro della ricerca antropologica culturale. Modestamente, trenta e lode all’università. Qualcosa ancora ci mastico. Al centro di tutto, il relativismo culturale. In due parole, provi a giudicare l’altro non sulla base del tuo sistema di valori, ma del suo.
Nel mio taccuino, aggiungo la Berlino che beve alle tante ombre di questa città.
E una nota. Rileggere Malinowski.

IL DISSENZIENTE

A Berlino i cimiteri cittadini sono oltre duecento. Uno di questi è il cimitero di Dorotheenstadt, dove si trova, anonima tra altre celebrità, la tomba di Bertolt Brecht.
Mi aspetto un ingresso all’altezza di tanta gloria custodita, ma resto deluso. Da un grigio marciapiede di periferia si apre una cancellata e un vialetto di ciottoli, sbilenco e poco curato. Tutto qui.
Pochi passi e sono già con le punte dei piedi davanti alle prime lapidi, ricoperte da edera, begonie e ortensie, nei casi migliori. Erbacce, per il resto.
Altra delusione, quasi tutte le incisioni sepolcrali sono ridotte al nome e alle date di nascita e di morte. Nient’altro. Tre secoli e mezzo di glorioso contributo tedesco all’arte e alla cultura mondiale e nessuno riferimento storico. Rarissime targhe commemorative. Sporadiche immagini visive, un dagherrotipo, qualche calcografia. Per il resto, solo incisioni di nomi e date.
Che forza, i tedeschi. Noi che per un Manzoni qualsiasi siamo capaci di impegnare cimiteri monumentali, allestire sontuosi mausolei contornati da viali infiniti di cipressi e ippocastani. E come se non bastasse, sontuosi mezzibusti, toccanti epitaffi, libri firme, distributori automatici e aree picnic.
E invece qui neanche la minima informazione. Perciò passeggio ignorante da una tomba all’altra di questi, a me ignoti, nomi e date. Dovrò tornare in albergo, la sera, per scoprire cosa ho visto.
A parte Hegel e Fichte, che dall’alto del mio cinque a filosofia, ho riconosciuto da solo, Wikipedia mi dice che ho reso omaggio a molte celebrità. La scrittrice Christa Wolf, l’architetto Karl Friedrich Schinkel, il filosofo Herbert Marcuse, il chimico e fisico Heinrich Gustav Magnus, lo scrittore Heinrich Mann, e tanti altri.
Ma eccomi infine davanti al Maestro. Su una semplice lastra di grigio granito poroso, appoggiata su un muro di mattoni rossi come fosse un catafalco qualsiasi, solo nome e cognome, Bertolt Brecht. Neanche le date. Umile per l’eternità.
Accanto a lui, sotto una pietra gemella altrettanto modesta, la moglie Helene Weigel.
Genio e musa del Berliner Ensemble, glorie del teatro mondiale, a marcire sotto questo terriccio ciottoloso, che sto calpestando con le mie irriverenti scarpe da trekking.
Secondo la sua volontà, Brecht volle esser seppellito qui, senza cerimonie.  Dalle finestre della sua abitazione oggi casa-museo, dove viveva con la moglie negli ultimi anni da separato in casa, il Maestro aveva vista aperta sul cimitero. Dai vetri delle finestre al primo piano, contemplò per anni le tombe di Hegel e Fichte, anelandone la compagnia eterna.
Al suo funerale, in forma strettamente privata, parteciparono la moglie e pochissimi amici e collaboratori.
Trovo una panchina. Provvidenziale. Mi fermo a riflettere e a scrivere. E a inspirare quanta più aria possibile.
Ho bisogno di un titolo che fatica ad arrivare. Poi mi ricordo di aver visto uno spettacolo teatrale di Brecht, chissà dove chissà quanti anni fa. Il Consenziente e il Dissenziente. E certo, come altro poteva chiamarsi questo capitolo? Le parole non le puoi inventare tu, loro esistono già, tu puoi solo rubarle a qualcun altro e riusarle a modo tuo. Cos’altro è la scrittura?
Quando mi rialzo, pronto a reimmergermi nella Berlino malsana del traffico sui viali commerciali, una sorpresa inaspettata. Il cimitero ha una sezione speciale, un’area riservata agli oppositori del regime nazista. Riposano qui, giustiziati dalle SS, molti tra coloro che parteciparono all’attentato fallito del 20 luglio 1944. Il loro sacrificio, muto e immutabile.
Mi ridesto, perché mi scappa un sorriso, un pensiero consolante. Il Maestro qui è davvero in ottima compagnia.
Mi rimane, di questa visita, un senso di pace e di quiete. Sullo sfondo, il silenzio dignitoso di un paese che pure ha saputo regalare al mondo immense opere d’arte e grandi personaggi di cultura, ma che vive nel luttuoso e indelebile ricordo dell’onta militare, provocata e subìta, per due volte in un secolo soltanto.
Un silenzio totale, eppure assordante e fragoroso. Squarcio incancellabile in una storia ancora troppo recente da dimenticare.

IL MEMORIALE DEL MURO

Anche se con l’età ho capito che la giustizia non esiste, da ragazzo ci ho creduto così tanto che ne provo nostalgia. E davanti a tutte le forme di ingiustizia, mi commuovo come un bambino.
Il 25 Dicembre è un giorno diverso per me, che da sempre mi tiro fuori dall’ordinario rituale festivo parentale sacrificale.
E quest’anno mi ritrovo a Berlino, a piangere i miei fratelli sconosciuti, morti dell’aldilà e dell’aldiquà di un muro.
Un luogo, questo, dove attraversare non era soltanto muoversi, o andare. Era piuttosto sopravvivenza, anelito, rivendicazione, sabotaggio. S’insinuava il pericolo, sotto il respiro affannoso della fuga disobbediente.
Il Muro, una bestia infernale lunga 106 chilometri di calcestruzzo, senza contare altri 127 di recinti rinforzati e filo spinato. 302 torrette di controllo, dove i Volkspolizisten, poliziotti di confine, avevano ordine di sparare ad ogni avvistamento.
138 vittime accertate per fucilazione durante la fuga. In chissà quanti altri casi, prove distrutte, sparizioni mai chiarite.
Attraverso un percorso pedonale, arrivo alla striscia della morte. Questa zona dove gli umani hanno voluto sfidare l’apparato di sicurezza del regime.
La Bernauer Straße, tra i quartieri di Wedding e Mitte, è un luogo della memoria.
Il Memoriale del Muro di Berlino mostra ancora i segni. Parte del muro è ancora in piedi.
In questo tratto furono numerosi i tentativi di attraversamento, molte le gallerie scavate per la fuga sotterranea. Il governo della DDR aveva creato una zona di coprifuoco, sfollando tutta la popolazione prossima al sistema di sbarramento.
Tristemente famosa, la Chiesa della Riconciliazione, un edificio in mattoni in stile neogotico, che durante la divisione venne inglobato nella zona rossa, rimanendo totalmente inaccessibile alla comunità. Demolita nel 1985 dal governo della DDR perché ostacolava le operazioni di sicurezza al confine.
Insieme a centinaia di altre persone, mi dirigo verso il Museo del Memoriale, un edificio a tre piani. Da una torretta, usufruisco di vista panoramica sulla striscia della morte.
Non avrei mai potuto immaginare, prima di questa visita, come fossero avvenuti in realtà quei leggendari tentativi di fuga, quelli riusciti e quelli no.
Leggendo didascalie apprendo tutte queste storie. Così inverosimili, eppure tutte vere.
Dirottando un treno, come Harry Deterling, giovane ingegnere ferroviario di Berlino Est che aveva individuato un varco nella barriera, scoprendo un binario in disuso che correva dalla periferia di Berlino Est fino a Berlino Ovest. Il 5 dicembre del 1961 Deterling fece salire a bordo famiglia e amici e corse a tutto vapore, raggiungendo Berlino Ovest prima che, il giorno dopo, le autorità della Germania Est smantellassero di tutta fretta e per sempre la tratta.
Rubando un tank, come il soldato della Germania Est Wolfgang Engels (cognome che mi fa riflettere) che pure aveva lavorato alla costruzione del muro. Engels si lanciò a tutta velocità, schiantandosi però contro la barriera di cemento. Uscito vivo dal veicolo, tentò di arrampicarsi sulla parete, finì impigliato nel filo spinato, fu raggiunto dai proiettili delle guardie dell’Est, ma alla fine fu salvato dai tedeschi dell’Ovest che lo aiutarono a divincolarsi dal filo spinato e a calarsi giù dall’altra parte del muro. Le sue parole, quando riacquistò conoscenza sdraiato sul bancone di un bar, sono diventate leggenda: “Quando mi voltai e vidi dietro al banco tutte quelle etichette di alcolici occidentali, capii che ce l’avevo fatta”.
A nuoto, come il diciottenne Hartmut Richter. Che passò il confine nuotando per ore lungo il canale di Teltow, giungendo privo di conoscenza ed in ipotermia.
Scivolando lungo un cavo, come Holger Bethke che, dal terrazzo di un palazzo, col suo arco scoccò una freccia legata a un cavo di metallo. Quando dall’altra parte Ingo, il fratello, legò il cavo alla propria automobile, Holger grazie a una puleggia di metallo scivolò sul cavo passando al di sopra del muro.
O ancora camuffando un vecchio ultraleggero privato da aereo russo, stratagemma grazie al quale due fratelli salvarono il loro terzo fratello. Dipingendo il velivolo con la stella rossa sovietica, indossando finte uniformi militari, volarono oltre il muro, atterrando indisturbati a Berlino Est. Caricarono il fratello e tornarono a Berlino Ovest.
Scavando un tunnel, come fecero centinaia di tedeschi dell’Est che fuggirono attraverso una fitta rete di tunnel sotto al Muro. Nel corso di due notti consecutive nel 1964, cinquantasette persone passarono attraverso una galleria, che divenne famosa col nome di “Tunnel 57”. Fu la più grande fuga in massa nella storia del Muro di Berlino.
Più tardi, sul prato esterno del Museo, mi fermo davanti ad una installazione, la Finestra della Memoria, dove sono esposte le foto delle vittime. E qui, davanti a tutti questi sguardi innocenti, schiacciato da tutto quello che ho visto, cedo infine al magone, che si trasforma in un pianto interiore, intimo, sommesso. Ma che diventa fragoroso, appena ricevo un sms dall’Italia da una amico che non sento da anni. “Buon Natale Vinz, ovunque tu sia!”

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