La gioia semplice

Dal primo giorno che sono entrata, io panneggio ogni sera e sempre con la stessa persona. E’ diventato un vizio. Non posso più farne a meno.
La prima volta, per dire che ero nuova e per far riconoscere la mia finestra, ho dato fuoco a dei fogli di giornale.
Quando dall’altra parte qualcuno ha acceso una fiamma, ho capito subito che era per me.
Lui non era capace a panneggiare. E neanche io. Anche se sapevo che in tante lo facevano, qui al femminile, con quelli del maschile.
Nella mia cella, quella prima di me aveva lasciato le istruzioni scritte sul muro, proprio sotto la finestra. Così ho fatto presto a imparare.
Lui però all’inizio non capiva le mie lettere e si dimenticava sempre di girare il fazzoletto, quando aveva completato la parola. I primi tempi era davvero un casino. Ti passava la voglia.
Però tutte le sere dalle nove e mezza alle dieci era il nostro turno. E nessuno si doveva intromettere.
Abbiamo cominciato con le parole semplici. Ciao, buonanotte, come stai, ti penso, ti voglio bene, mi manchi.
Poi ci hanno insegnato a mandarci baci e a usare le frasi fisse. Come stai oggi, hai mangiato, e altre frasi, senza dover panneggiare lettera per lettera, ma facendo giri di fazzoletto. Così è diventato più semplice.
Ci ho preso gusto dal primo giorno. E tutte le sere, qualsiasi cosa accadesse, alla pioggia e al gelo noi eravamo lì, con le braccia infilate nelle sbarre della finestra, e in mano il fazzoletto.
Dopo poi andavo a letto contenta. Ma se qualcosa andava storto, non riuscivo a dormire.
Poi un giorno, all’improvviso lui non mi rispondeva più. Era strano, non riuscivo a spiegarmi perché, se avevo detto qualcosa di sbagliato. Continuavo ad aspettarlo con ansia, tutte le sere alle nove e mezza. L’avevano trasferito, ma io non lo sapevo. Ero disperata.
Poi, dopo tre mesi, quando ormai lanciavo fuori dalla finestra soltanto sguardi sfuggenti, senza tanta convinzione, una sera lui tornò, dietro un’altra finestra. Non facemmo che svolazzare i nostri panni per tutta la notte. Io piangevo. E sono sicura anche lui. Non ci fermammo finché le braccia rimasero paralizzate dalla stanchezza, dal freddo e dal dolore.
Adesso siamo ancora qui a panneggiare. Son passati due anni, tre mesi e quasi due settimane.
Non ci siamo mai incontrati. Solo visti una volta di sfuggita e a una certa distanza, quella mattina che fingendo un malore finimmo entrambi in infermeria.
Non so se quando saremo fuori davvero andremo a vivere insieme, e se faremo dei bambini, come dice lui. So che questi sono i nostri sogni adesso. Poi però io lo so già com’è quando esci di qua. Fuori è sempre tutto diverso. Qui dentro ti sembra di tornare bambina. Ti emozioni per tutto. Piangi quando ti arriva una lettera, quando una di noi esce . Piangi per qualsiasi cosa. Fuori però è diverso. Forse lui non mi amerà più come adesso.
Per esempio, è successo che l’altra sera l’ho trattato un po’ male. Ero nervosa per colpa della nuova direttrice, che mi ha revocato un permesso. Quando stiamo arrabbiati, come in questi giorni, lui dalle nove e mezzo alle dieci mette fuori dalla finestra un panno scuro. Come per dire, sono qui, ci sono. Ma non ho nessuna voglia di panneggiare con te.
Poi però dopo un poco gli passa e torniamo ancora più innamorati. Ma io quando ci penso, io ho paura di uscire. Sono sicura che fuori di qui lui non mi vuole più.

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