Elogio della perseveranza

Ho sbagliato, lo so. Quella frase su quel biglietto. Parole che dicono tutto. Invidio l’uomo che l’ha scritta.
Ma veniamo ai fatti o, come più mi si addice, all’esposizione degli atti. Perché io sono un giudice. Decido per professione le sorti dei figli dei divorziati.
Come Giulia, dodici anni, figlia unica.
Dopo un primo affido condiviso restrittivo, quattro anni fa io stesso ratificai  quello esclusivo alla madre, per inadempienze del padre. Di fatto, ho impedito a quell’uomo di incontrare liberamente la figlia. O almeno credevo, fino alla sentenza definitiva di stamattina.
Il papà di Giulia si è sempre dimostrato una persona perbene e insolitamente mite. Nonché imprevedibile. Sin dall’inizio ha sorpreso tutti, me compreso.
Con noncuranza e indifferenza, lui finora ha ignorato tutte le prescrizioni, come se non lo riguardassero, come se non fossero destinate a lui, ma a qualcun altro.
Tempo fa, con una sicurezza disarmante e fissandomi dritto negli occhi, dichiarò in aula: “Le legge non dovrebbe occuparsi di queste cose. E i miei problemi economici non c’entrano niente con quello che provo per mia figlia”.
Ha sempre incassato imperturbabile le imposizioni, senza mai appellarsi. Ma, come vi mostrerò, senza mai rispettarle. Neanche l’ultima, che gli impediva di avvicinarsi a meno di cinquecento metri dalla bambina.
Mi ha costretto ad emettere sentenze sempre più restrittive, come necessaria conseguenza delle puntuali e perfide denunce presentate dall’ex moglie, sempre più invelenita di fronte a tanta incomprensibile e indisponente remissività del marito.
Ma nulla, che quella donna facesse, riusciva a nuocere all’unione tra Giulia e il suo papà che, nonostante tutto, si avvicinavano sempre di più, con la forza irrefrenabile che hanno i poli opposti di due magneti.
Il legame tra padre e figlia è fondato su una complicità che definirei “creativa”. Avevano inventato una specie di gioco segreto, che permetteva loro di rimanere legati e vicini, anche senza potersi vedere fisicamente. Devo ammetterlo, si è trattato di una trovata ingegnosa.
In pratica, non saprei come altro dire, loro vivevano in simbiosi, ma sfalsati nel tempo e nello spazio.
Lui le lasciava continuamente segnali della sua presenza, che lei riusciva a riconoscere senza alcuna difficoltà.
Per esempio, la mattina sul viale per andare a scuola. Un fiocchetto rosso legato al semaforo, o un aeroplanino di carta fissato ad un albero, oppure un bel ramoscello di mimosa sul tergicristalli di un’auto in sosta. Oggetti chiaramente fuori luogo, che nessun altro notava ma a cui Giulia ammiccava sorridendo, in cenno d’intesa.
Si sentivano regolarmente, quasi tutti i giorni, nonostante rigorosi divieti che io stesso avevo convalidato.
Al telefono usavano un linguaggio criptato e s’intendevano a meraviglia.
“Ciao Rosy. Domani la prof di religione anticipa la prima ora? O rimane all’ultima?” significava “Ciao papà. Domani, fatti vedere davanti alla chiesa. Preferisci all’entrata o all’uscita da scuola?”
“Ginevra, ci vieni a pallavolo? Mercoledì, alle sei e mezzo”. Lei gli dava appuntamenti con grande facilità.
Usavano codici infallibili per stabilire posti, date e orari. S’incontravano spesso in una casetta di legno al parco giochi, a due isolati da casa di Giulia. Oppure nella saletta audiovisivi della biblioteca comunale.
Avevano luoghi sicuri per scambiarsi messaggi e regalini. Come per esempio, ditemi voi se ci avreste mai pensato, la buca della posta di un appartamento sfitto, nello stesso palazzo doveva Giulia viveva con la madre. Niente di più comodo.
Il salumiere sotto casa di Giulia era un loro complice. Sin dai tempi del liceo, i due uomini erano amici e giocavano ancora insieme a calcetto, tutte le settimane. Quando Giulia si presentava in salumeria su incarico della mamma, per quelle tipiche spese quotidiane di piccola portata o dell’ultima ora, come per incanto, tra le mani generose di Gino si materializzava un bel lingotto di cioccolato, o un chupa chups alla coca-cola, ad accompagnare un foglietto ripiegato, da parte del papà.
Erano molto più vicini e più intimi loro di chiunque altro.
Giulia stessa fu autrice di una delle trovate più geniali.
Avvisò il papà che il giorno dopo la mamma l’avrebbe portata al centro commerciale, per un nuovo cappottino. Lui ci passò mezz’ora prima, scelse due o tre modelli e ci infilò dei chicchi di riso nella tasche.
Più tardi Giulia, fingendo indecisione, volle provarseli tutti, fin quando non trovò i chicchi di riso. Scoprì compiaciuta che i cappottini che piacevano al suo papà, erano gli stessi che piacevano a lei. Ne scelse uno grigio con gli inserti color vinaccia, mentre la mamma, a cui di solito piacevano quei vestitini rosa da bambolina che indossavano le figlie delle sue amiche, si chiedeva contrariata come mai Giulia avesse gusti così poco femminili.
Insomma, i due complici vivevano una vita parallela, in cui erano sempre insieme, anche se nella vita reale non s’incontravano quasi mai.
Siccome in fondo li separavano solo pochi minuti, Giulia aveva puntato le lancette del suo orologio da polso con quindici minuti d’anticipo. Immaginava così di stare accanto al suo papà, nel momento esatto in cui lui spargeva biglietti e regalini per la città.
Nessuno si è mai accorto di niente. Giulia, dopo la separazione dei genitori, non ha mai manifestato alcun disturbo o particolare sofferenza psicologica. Posso confermarlo, avendo io letto tutte le perizie degli esperti, sempre molto consolatorie al riguardo.
Né tantomeno la bambina ha mai formulato richieste o espresso il desiderio di cambiare qualcosa. Già felice ed appagata nella sua vita normale, si concedeva il piacere di lasciarsi avvolgere da quest’altra dimensione parallela. La complicità col padre la rendeva più sicura e serena. E il dover tenere segreto il loro rapporto, l’avvinceva e la faceva sentire al centro del mondo.
La mamma ed il suo nuovo compagno, vedendo la bambina felice e rilassata, erano convinti che fosse merito dell’allontanamento dal padre.
Insomma, tutto procedeva nel migliore dei modi e tutti erano contenti così. Perfino il padre di Giulia, seppure in sempre più evidenti difficoltà economiche, si presentava in aula sempre con grande dignità. Lo scrutavo di sottecchi. Più lo sapevo solo, più mi appariva fiero e sazio d’affetto.
Poi tre settimane fa il caso, non saprei come altro definirlo, ha deciso di intromettersi.
Una maestra aveva visto Giulia allontanarsi da sola, all’uscita di scuola. Insospettita, l’aveva seguita. Avendo notato un uomo consegnarle qualcosa, aveva avvisato la mamma.
Giulia aveva dovuto confessare, permettendoci poco alla volta di ricostruire i fatti con tutti i dettagli che ho fin qui esposto.
Alla nuova imprudenza del padre è seguita l’ennesima e puntuale denuncia. Stamattina la sentenza finale che io, non senza un filo di viltà, ho firmato.
Quell’uomo, dopo quattro anni di spese giudiziarie e assegni di mantenimento, dopo aver ormai compromesso anche il suo lavoro, oggi ha perso anche l’unica cosa che gli dava la forza di resistere. Il poter avvicinarsi alla figlia, anche se solo come un clandestino.
Oggi miei carissimi signori, forse per la prima volta nella mia lunga carriera professionale, ho dovuto prendere una decisione contraria alla mia coscienza ed alla mia stessa volontà.
Giulia si trasferisce. Va a vivere nel paesino del compagno di sua madre.
Il suo papà non ci potrà mettere piede. E stavolta senza eccezioni, a fronte di una pena detentiva già concordata, al momento sospesa.
Sarà impossibile ogni contatto. Da adesso e per chissà quanto tempo.
Il papà di Giulia, subito dopo la sentenza, ha chiesto di incontrarmi.
Sapeva di potersi fidare. Forse mi aveva letto negli occhi.
Mi ha consegnato un bigliettino, chiedendomi di consegnarlo personalmente a Giulia, se potevo.
L’ho letto adesso, in segreto. C’è scritto:
“Qualcosa ci inventeremo. Non ti lascerò mai sola. Ti voglio bene. Papà”.

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