La metamorfosi di Facciatriste

E anche stavolta, come sempre, ho ceduto. Dopo mezz’ora di tira e molla, mi ritrovo stravaccato sul sedile della vecchia Golf grigio cenere di Ivano. Zainetto verde militare con dentro maglietta, mutanda, calzini e Rock Sound del mese scorso. Nel taschino destro del bomber, una banconota da venti euro ed una da cinque. In quello sinistro il mio Ipod tarocco, gonfio di otto giga solo metallo e rumore.
Come è andata o non è andata non me lo ricordo. Se non che la discussione più o meno è stata questa.
“Dai su Bigio, svegliati, andiamo a Macerata. Sbrigati.”
“A Macerata? A fare che?”
“Poi ti spiego dai, vestiti. Viene anche la Fra.”
“No. Ti prego. Per favore Ivano, oggi no. Sono andato a letto alle cinque stamattina. Sono a pezzi. E poi che ci andiamo a fare in Abruzzo?”
“Non dire cazzate. Macerata è nelle Marche!”
“E quando torniamo?”
“Dormiamo in macchina e poi ripartiamo domani con calma.”
Pensa sempre a tutto lui. Non ti lascia mai scelta. Però son contento… quando con noi c’è la Fra.
Ivano non ha neanche lo stereo, in macchina. Forse è per quello che con la Fra non ha funzionato. Troppi silenzi tra loro. Riempiti da parole inutili, quelle di lui, che ha un’incredibile capacità. Parlare tantissimo di cose senza senso. Senonché all’improvviso, appena un discorso si fa serio, lui si chiude in lunghi silenzi.
Su Facebook ha settecento amici uguali a lui. Riempiono pagine ogni giorno, con frasi tipo: “ahahahaha quanto sei smarro, con quell’occhialino fèscion” oppure “o fola, stasera l’autobus per l’echoes è saltato. te che fai de bello? se vengo po’ esse che ce beccamo! bona grande!” E poi si iscrive a gruppi con nomi tipo “Panino e sasizza forever” o “Quelli che spippolano e spappolano”.
Non capisco come faccia la Fra a sopportarlo. Lei invece, ah… la Fra. Quando parla lei è come leggere un libro. Non che io legga libri, ma so che gli scrittori dicono sempre quelle frasi perfette, per spiegare le cose importanti. Ecco, La Fra parla così. E poi conosce tutto il mondo. E gli aforismi poi, ne ha sempre uno pronto per tutto.
Viaggio snervante. Son seduto dietro ma non riesco a dormire. Che paranoia. Cerco di distrarmi con la segnaletica. A1 Roma-L’Aquila, ci fermiamo subito prima del casello a far gasolio. Teramo, Ivano si mette a discutere col casellante, sull’euro e su come dopo tre anni si ragiona ancora tutti in lire. Statale 80, svincolo Teramo-Giulianova. A14, altra autostrada, altro casello.
Guardo fuori immagini mute, mentre la musica in cuffia spara ad un volume che copre tutto il resto. Cambio folder perché i Punkreas mi stanno frantumando i timpani e anche i coglioni. Ci vorrebbe qualcosa di più rilassante. Sono sicuro di aver scaricato i Gathering. Non mi piacciono granché, ma lei è una gran figa ed ha una voce che frusta. Valli a trovare, dentro a ‘ste mille cartelle. Questi lettori di merda fai tutto con un unico tasto, non li sopporto. Cosa gli costava metterci quattro o cinque bottoni del cazzo in più? Sei tasti. Avanti, dietro, sopra, sotto, alza e abbassa il volume. Vabbè va, m’accontento. Lacuna Coil.
Però m’addormo sulla seconda canzone e mi risveglia la Fra che sono già sulla track numero sedici.
“Ehi giovinotti! Siamo a Macerata!”. La Fra usa parole così. Giovinotti.
Ivano se la guarda contento. Si baciano. Allora penso che io potrei rimanere a dormire in macchina tutto il giorno, tanto che scendo a fare?
Ma che targa farà Macerata? MA Matera. MT Mantova. E Macerata come fa? Mah, forse MR! O chissà, MC?
La Fra studia architettura ed è un’artista. In questa città deve fare le foto per la tesi. Ha chiesto a Ivano di accompagnarla, e lui ha portato me per non rimanere solo con lei. In realtà è da un po’ che sta cercando di scaricarla, e si è messo in testa che io devo prendere il suo posto. Così lui non si sentirà in colpa.
E’ convinto che io le piaccio davvero, perché la Fra glielo dice spesso.
Quant’è bella la Fra. Un giorno forse, quando sarò bello e ripulito, allora troverò il coraggio.
Camminiamo veloce per le strade della città. Seguo i loro passi come un’ombra. La Fra scatta fotografie agli edifici, pronunciandone emozionata i nomi e descrivendone le caratteristiche. Palazzo dei Diamanti, la Torre Civica in Piazza Libertà, il Palazzo del Comune, ed anche tre o quattro musei e biblioteche, nei quali mi rifiuto di entrare.
Siamo su una distesa di pietre e ruderi deprimenti. Un’area archeologica. Due turiste americane sulla cinquantina si parlano, una con ampi gesti delle braccia e l’altra storcendo la bocca. Non capisco cosa dicono.
La Fra a dire il vero sta per conto suo. Ci chiama da tutte le parti e Ivano ed io accorriamo, trascinandoci come muli sotto il peso della soma.
Questo però è un luogo che mi piace. Si chiama Loggia dei Mercanti, un porticato dove mi riparo dal vento e dal freddo, sorseggiando una trequarti e prendendo a mozzichi un filone di pane con il Ciauscolo spalmato. Buono, anche se la salumiera non mi ha detto che c’è dentro l’aglio. Pazienza.
Macerata è meglio di quanto credevo. Ma comunque è troppo silenziosa per me. Le città mi piacciono chiassose. Il rumore ti sballa, è fondamentale nella vita, come nella musica. Il rumore è caos. Il caos nel cervello mi fa impazzire. Rumore e caos, come quando da ragazzo giocavo ai videogiochi. Non sopporto queste chiese e monumenti. Rifiuti solidi urbani per sfigati.
Io sono giorni che penso solo a due cose: il mio prossimo tatuaggio e la faccia di mia madre quando verrà a sapere che anche in quest’appello non faccio nessun esame. Sul tatuaggio ho già un’idea, ma per l’altra cosa non so, sto male e basta.
Ma perché mi ritrovo in questo posto? Che cazzo ci faccio io a Macerata? Ma che storia. Sono stanchissimo. Ho sonno. Per fortuna ho ancora un mezzo chicco di sale nello zaino. Ne ho bisogno adesso e lo prendo.
Finalmente ci sediamo. Qui, sugli scaloni di un altro rudere che si chiama Sferisterio, una specie di anfiteatro deserto e polveroso, ma che ha un’acustica incredibile.
Ivano continua a gridare “Bigioooooo”. E la Fra ride, con quel suo sorriso incantevole. Le si chiudono gli occhi quando ride, e si apre una piega su entrambe le guance. Mi spezza il cuore, guardarla.
Avevo deciso di provarci io quella sera. E invece poi gliel’ho presentata a Ivano. E dopo dieci minuti lui mi fa:
“Oh, Bigio. Ma che… fra te e la Fra…?!”
“Macché”.
“Sicuro?”
Il giorno dopo stavano già insieme. Stronzo io più di loro.
Tornato da questo viaggio senza senso, cambio tutto. Eccome se lo faccio. Magari cambio anche casa. Coi soldi che mi costa la doppia con Ivano, forse trovo anche una singola.
Il sole è tramontato. Io e la Fra adesso passeggiamo fianco a fianco su un lungo viale. Ivano è rimasto indietro con la scusa di una telefonata. La Fra non parla, ma mi guarda e sorride con aria adescatrice. Mi chiedo se questi due non siano già d’accordo.
Mi fermo con lo sguardo su un uomo davanti a noi. Sta impestando i muri di locandine. Ne ha già attaccate cinque o sei, sul nostro cammino. Lo raggiungiamo e gli passiamo accanto, fingendo di non vederlo.
“Che c’avete una sigaretta?”.
Mi fermo io per primo e mi volto indietro. Contrariato, tiro fuori il mio pacchetto di Pall Mall Blu da dieci. Ne tiro fuori una, ricontando due volte le quattro rimaste.
Cerco almeno di attaccar discorso. Non ho ancora scambiato parola con un Macerano o come cazzo si chiamano loro.
“Bella Macerata, però. Non immaginavo. Sei di qua tu?”
“No”.
“Sei qua per lavoro, allora” mi fa eco Ivano.
“Diciamo…”.
L’uomo è silenzioso e non alza lo sguardo da terra. Ha una testa rasata, faccia grigia, un cappottone scuro lungo fino ai piedi. E’ chiaro, si è fermato solo per cortesia, giusto il prezzo da pagare per la sigaretta. Non ci chiede niente, risponde con lo sguardo ad altre due nostre domande senza senso e basta.
Abbiamo capito. Lo salutiamo, mentre lui è già girato che se ne va come se niente fosse, nella direzione opposta alla nostra.
Ivano aspetta qualche secondo. Poi sbraita, alzandogli il medio:
“Pensa te ’sto stronzo antipatico. Ma guardatelo, il Signor Facciatriste” e ride compiaciuto.
La Fra incuriosita, sta leggendo la locandina.
“Cos’è?” le chiedo.
“Una specie di spettacolo di cabaret, tra due ore in un pub, credo qui da qualche parte”.
Intanto, anche se gli scatti da fare son finiti, noi continuiamo a passeggiare nel centro storico. Per quanto mi riguarda, un vicolo vale l’altro. E questa città per me potrebbe essere benissimo una qualsiasi altra.
Ci allunghiamo sugli scaloni di una chiesa. Appoggio la testa sulla base rialzata di una colonna. Sto per addormentarmi, ma La Fra mi ridesta. Secondo non so quali suoi strani calcoli, ci dice che il locale è a due passi.
“Dai. Anche solo per una birra, no?”
“Certo Fra, perché no?” Ivano non prova neanche più a contraddirla, adesso che sta per lasciarla.
Il locale da fuori sembra una casa privata. Una porta stretta e due finestre sulla strada. Dentro, tutti posti a sedere occupati, pochi tavolini, gente in piedi, fruscio indistinto di voci che si sovrappongono.
Son tutti maschi, qua. Tipi loffi, vestiti come dieci anni fa. Anche se ormai col naso ci prendo poco, sento puzzo di finto legno di formica, sudore grasso e deodorante spray.
Non c’è posto a sedere. Mentre ostentiamo indifferenza, sorseggiando in piedi le nostre tre rosse medie, non stacchiamo gli occhi dai tavoli, come sciacalli in attesa.
A un certo punto si accende uno spot bianco, puntato su una tenda nera. La tenda si apre, scoprendo un palchetto di legno, poco rialzato. Subito dopo appare uno mezzo truccato, vestito da scemo, con un top giallo zafferano, fin sopra l’ombelico completamente ricoperto di peli. Gambe stirate dentro ad una tuta celeste aderente, strappata a buchi sui lati. Solo a guardarlo, già fa ridere.
Appena comincia a parlare è come un terremoto. Ad ogni battuta fa schiantare. Un successone inatteso per noi, come per tutti nella sala. Lo guardiamo incantati.
Ivano poi mi fa: “Ma l’hai guardato bene? Non ti sembra lui?”
“Lui chi?”
“Facciatriste”
“Ma dai…”
E invece sì, è proprio lui. Dopo un minuto, nessuno di noi tre ha dubbi, è lui, Facciatriste.
“Ma che trasformazione, da non credere” conferma la Fra con gli occhi spalancati.
C’eravamo sbagliati sul suo conto. Senza dubbio. Perché questo qui è una forza della natura.
“Signori e signori, eccolo là. Vi presento Facciallegra” sentenzia Ivano col suo solito umorismo pacchiano. E ancora una volta ride solo lui.
Quello si è davvero trasformato. Non riesco a crederci. Un insulso pezzo di marmo, a cui ho dato una sigaretta, è adesso davanti a me che salta sul palco, inarca le braccia, grida, ride, si sporge sui i tavoli toccando tutto e tutti. Inciampa, cade e si rialza, storcendosi e assumendo posizioni goffe e ridicole, tra le risate ubriache di tutto il locale.
Pausa. Si riaccendono le luci e noi abbiamo ancora sete. Prendiamo altre tre birre, stavolta paga la Fra. Poi ancora risate per un’altra mezz’ora, finché la tenda nera si richiude ed il faro bianco si spegne.
Sono fuori in strada che mi bevo un Angelo Azzurro fin troppo annacquato. La Fra e Ivano più in là discutono, urtandosi e agitando le braccia. Pare si stiano finalmente lasciando.
Dal locale sono usciti quasi tutti. Sulla porta appare una figura scura, col collo nel bavero del cappottone scuro, ed un passamontagna schiacciato fin sotto gli occhi. Lo guardo meglio, è lui. Mentre sta salendo sopra la bicicletta, gli faccio:
“Oh ciao, ti ricordi di me?”
“No, chi sei?”
“La sigaretta, prima” balbetto, non sapendo cosa altro dire.
“Ne hai un’altra?” mi fa, senza neanche guardarmi.
“No, cioè si, ma è l’ultima. Vabbè dai, prendila”.
La prende senza esitazione, come fosse una preda. Alza i piedi sui pedali e se ne va, lasciandomi lì, ’sto infame schifoso. Impalato, lo guardo scomparire nella nebbia fumosa, che se lo inghiotte a venti metri appena da me.
Rimango senza sigarette, avvelenato come una iena. Pensa ’sto bastardo. Ma vattene affanculo pezzodimmerda!
Faccio due passi, per calmarmi. Certo, a pensarci bene, non è che lui abbia voluto offendermi o umiliarmi, o chessò io. Mi ha solo sbattuto in faccia, per la seconda volta in una serata, la differenza tra una persona ed un personaggio. In fondo, questo ha fatto. Nient’altro che entrare ed uscire dal suo personaggio. E me ne rendo conto solo adesso, che tutto mi appare così lampante. Come ho fatto a non pensarci prima?
Oh però, altroché se piacerebbe anche a me. Entrare e uscire da un personaggio come fanno gli attori! Ma nella vita normale non è facile. Come si fa a distinguere la persona dal personaggio? E chi sono io? Uno o l’altro?
I miei ventuno tatuaggi tra poco ventidue, le foto del rave a Monegros sul desktop, duecentomila mp3 di musica che non ascolterò mai, Scienze Informatiche che credevo si facesse tutto al computer e invece ci sono montagne di libri da studiare, il poster del Fight Club sul letto e quello del Gladiatore sull’armadio, le poesie che ho scritto per la Fra e che lei non leggerà mai, gli interminabili giri in macchina di notte con gli amici che finiscono sempre allo stesso modo, i tornei alla Play, i Manga, Nonciclopedia e tutto il resto.
Quali di queste cose sono io? E quali invece sono solo il mio personaggio?
Che confusione nella testa. Non lo so. Non ce la faccio. E del resto poi, non me ne frega un cazzo adesso. Adesso voglio solo stripparmi e sparire nella nebbia anche io come Facciatriste.
E che ci vuole? Solo venti passi e ci vado dentro anche io. Adesso. Subito. Persona o personaggio? Venti passi soltanto. Nello zaino ho un quarto di cartone. Non sarà quello del rave a Monegros, ma basta e avanza.
E allora uno, due, tre passi. Persone e personaggi, sapete che vi dico amici miei?
Io vi saluto. Statemi bene. Quattro, cinque passi. Ivano e Fra, lasciatevi pure con calma. Io adesso voglio stare da solo. Sei, sette. Magari ci rivediamo domani a casa, o forse no. Otto, nove e dieci. Verrò a cercarti io, Fra. Quando sarò ripulito. Se intanto non avrò venduto la mia vita al miglior offerente.
Quindici. Ma che freddo che fa qui, non si vede niente. Sedici. Il cuore batte impazzito, mi si spezza la schiena. Diciassette. Sono inseguito da mostri che si muovono a scatti. Diciotto. Nebbia umida. Ci sono dentro. Respiro affannoso, sudore sulla fronte. Ghiaccio. Diciannove. Sembra di morire. Madre mia aiutami, io non voglio morire. Sono solo un perdente. Ancora un altro passo.
Venti. Il mondo parallelo. Un assordante silenzio nella mia testa. Finalmente.

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