Amul problem

Come ogni venerdì pomeriggio di quell’inverno che non lasciava il passo alla primavera, Nina salì sul 25 barrato, timbrò il biglietto e prese un posto a caso.
Arrivò che stava cominciando a piovere. Trovò il portone aperto, chiamò l’ascensore e si fece portare all’ultimo piano.
L’appartamento di Marinella era un attico con vista sulla città vecchia, ma s’intravedeva anche la parte del porto dove ormeggiavano le navi mercantili.
Le altre erano già arrivate, il mazzo pronto sul tavolo, mentre il caffè scoppiettava sul gas.
Erano il punto fermo della settimana, le partite a scala quaranta con le tre amiche.
La ripetizione del rituale non aveva ancora attutito in loro l’emozione della prima volta. Anzi, al contrario, col passare del tempo quel gioco aveva stuzzicato sempre più le loro fantasie. Non era solo un passatempo o uno svago qualunque.
Avevano inventato un sistema che rendeva quel momento unico, irrinunciabile, desiderato, agognato, necessario. Giocavano a punti in modo da poter decretare un vincitore finale, il quale conquistava il diritto a rivelare un proprio segreto intimo. Al centro del proscenio con le altre ad ascoltare.
In verità le prime volte era una punizione, toccava al perdente dover confessare. Ma poi cominciarono tutte ad anelare talmente la penalità, che giocavano a perdere. Decisero perciò di riconsiderare la formula, e quello che era stato pegno divenne premio.
Vuoi perché nessun altro le ascoltava in quel modo, vuoi per la situazione di relax e intimo abbandono che si erano costruite, ben presto la confessione di un segreto era diventata una struggente necessità, più che un desiderio.
E così, con quel pretesto banale, avevano imparato a conoscersi. Tra segreti inconfessabili e intime rivelazioni, liberavano le loro paure e svelavano al mondo le proprie debolezze.
Si erano conosciute in palestra, un anno prima. Avevano familiarizzato subito, tanto che trascorrevano le due ore della lezione più a parlottare che a sudare. Finché Marinella propose di lasciare la palestra, parlare potevano farlo anche gratis a casa sua.
Marinella era la più giovane. Eterna universitaria, fidanzata da una vita, figlia unica e mantenuta. Viveva in uno stato di perenne indecisione, un mondo ovattato dove non esistevano scelte, né rischi, né conseguenze. Solo Simone, il giorno che le avesse finalmente chiesto di sposarla, avrebbe potuto sottrarla a quel limbo. Ma il santo giorno, come lo chiamava Marinella, non aveva ancora calendario.
Nina era ancora una sognatrice, solo un po’ avanti con gli anni. Viveva come in una vita parallela. Il corpo di qua, a rincorrere il tempo assolvendo incombenze, doveri, faccende quotidiane. I pensieri di là, tra voli leggeri dell’anima sul cosa potrebbe essere e sul come sarebbe bello se.
“Voi donne non avete la capacità di concentrazione che abbiamo noi uomini” le diceva il marito. “Volete fare troppe cose insieme, e non ne fate bene una.”
Anna Giulia aveva vissuto una vita di lavoro e difficoltà che l’avevano resa impassibile, quasi insensibile. Lei guardava la vita in faccia e le dava del tu. Prima che gli altri si accorgessero dei problemi, lei conosceva già la soluzione. La sua, tra le quattro, era l’unica relazione sentimentale solida, per via dei quattro figli e di un marito che l’adorava e l’aveva corteggiata sin dalle elementari.
Marzia invece era affabulatrice, avvenente, appariscente, incostante e isterica. Passava veloce sul tempo e sulle cose con voracità, solo per vedere che succedeva dopo. Adorava gli accessori e li collezionava, con una predilezione per gli anelli colorati. Collezionava anche uomini e avventure, forse più uomini che anelli. Aveva un corpo voluttuoso che agiva per conto suo, perfino contro la sua stessa volontà. Con la sua sensualità carnale e magnetica si attirava addosso gli sguardi degli uomini. I suoi segreti erano sempre quelli più spassosi, pieni di uomini ridicoli, goffi, impacciati, grossolani. Il mondo maschile, al suo cospetto, appariva sempre misero e squallido. E le quattro amiche convenivano, piegandosi dalle risate davanti a storie di uomini tanto grotteschi quanto improbabili.
Marinella servì il caffè in quattro tazzine diverse e senza sottotazze. Maria Giulia rivolse alle altre due un ghigno di disapprovazione. Nina aggrottò le ciglia, per solidarietà con la giovane amica, mentre Marzia stava faticosamente liberando le dita da cinque o sei anelli.
Erano pronte per giocare. Durante la partita, come sempre, avrebbero discusso sugli strascichi dei segreti rivelati le settimane prima. Poi si sarebbero concentrate sul gioco, con la tensione finale al momento di decretare la fortunata vincitrice. L’attesa per la confessione ed infine la scoperta del misterioso segreto della settimana.
Quel giorno la partita diventò subito scialba, perché Marinella rivelò di aver confidato a Simone i dettagli della discussione avuta con la suocera. E allora tutte ebbero qualcosa di dire e la concentrazione dalle carte passò a più salottieri pettegolezzi.
Quando Anna Giulia aggiornò sulla situazione che si era creata in famiglia dopo la morte del cognato, Marzia liquidò il tedioso argomento con veloci parole di conforto.
Tutte aspettavano con curiosità la vittoria di Nina. Aveva vinto la partita una volta sola all’inizio, quando ancora il gioco era in fase di perfezionamento. Dopo tante settimane si era perciò creata una certa aspettativa intorno ai suoi segreti.
In realtà Nina aveva desiderato vincere molte volte, dopo essere arrivata a casa di Marinella con un segreto già pronto da svelare. Ma non aveva vinto, e quelli che sul momento le erano sembrati grandi segreti, poi si erano affievoliti col passare dei giorni.
Stavolta invece aveva davvero paura che la roulette del destino tirasse fuori il suo numero. Non avrebbe potuto tacere l’enorme segreto che le aveva tolto il sonno per due notti consecutive. Aveva pudore a confessarlo e perciò giocò a perdere, regalando carte d’oro a Marzia, alla sua sinistra.
Ma per quell’inarrestabile forza della sorte, che quando decide non ti lascia altro da fare che arrenderti alla fatalità, Nina quel pomeriggio vinse la partita.
Gli occhi di disappunto delle tre amiche fissarono la faccia disarmata di Nina.
“E allora finalmente ce l’hai fatta!” disse Anna Giulia con finta esultanza.
“Speriamo che tanta attesa non sia andata sprecata e abbia prodotto un segreto importante” dichiarò Marzia mentre rimetteva con cura gli anelli alle dita.
Nina non esitò. Al solo pensiero di trattenere ancora il suo segreto, sentiva amplificarsi il batticuore.
“L’altro ieri ho conosciuto un uomo, un ragazzo” esordì con un fiato solo.
“Ecco, adesso sì che ci divertiamo” disse Marzia con la saccenza di chi conosce un argomento a menadito.
“Ma no, non in quel senso!” specificò Nina, cercando invano di far desistere quegli sguardi maliziosi.
“Avevo passeggiato per negozi da sola. Erano le undici e mezza. Tornando alla macchina, per fare prima, passo sotto i portici del Pavaglione. All’improvviso sento delle sirene avvicinarsi, vedo tre auto della polizia. Senza neanche il tempo di capire, mi ritrovo di fronte un uomo nero, alto, due occhi bianchi spalancati e supplicanti. Mi chiede se posso aiutarlo a nascondersi. Non so che dire, gli indico la mia macchina là vicino. Corro, apro lo sportello e lui si fionda dentro, buttando sul sedile di dietro un fagotto ingrigito con dentro minutaglie sonanti. Un bancarellista abusivo, immagino. Lui piega la testa in giù, io metto in moto e parto veloce”.
“Cavolo, Nina. Stai inventando tutto o è successo davvero?” esclamò Marinella col suo sguardo incredulo e vergine di esperienze.
“Altroché, ho fatto tutto il giro della città in macchina con uno sconosciuto. Gli ho fatto anche alcune domande, più per spezzare il silenzio e l’imbarazzo che altro.”
“E che ti ha detto?” tagliò corto Anna Giulia.
“Poche cose. Viene dal Senegal, è arrivato in Italia da poco. Vive con altri connazionali dentro alla vecchia sede dell’Inps, quella abbandonata di Via Mameli.”
Marzia ovviamente la incalzò in cerca di particolari, descrizioni fisiche, dettagli piccanti.
“Ma dai su, non essere ridicola” si difese Nina, non concedendosi alle curiosità dell’amica.
Qualsiasi piega avesse preso la discussione, Nina aveva già ammaliato le tre amiche. I segreti confessati fino a quel giorno, di avventura e rischio non ne avevano avuta mai neanche un briciolo. Era valsa la pena aspettare che le carte girassero per Nina, pensò Marzia.
La sera stessa, mentre Nina rimetteva nei cassetti calze e mutande dei suoi due maschi di casa, squillò il telefono. Aveva il cordless in tasca, chiuse la porta della camera da letto e rispose alla chiamata.
“Buonasera Nina, sono Habib. Disturbo te?”
Riconobbe subito la sua voce ed il suo stentato italiano sillabico.
“No, figurati. Come stai?”
“Bene, molto. Tu avevi detto io posso chiamarti. Posso parlare con te, possibile domani mattina?”
“Si va bene. Devo passare alle dieci dal Pavaglione. Ti trovo lì?”
“Sì domani le dieci”
Chiuse la telefonata in fretta e furia, per paura di essere scoperta.
“Era Anna Giulia. Questioni di donne” disse al marito più tardi a cena.
Il mattino dopo Nina indossò il vestito color vinaccia che metteva solo in rare occasioni. Lucidò gli stivali similpelle col tacco alto, legò i capelli sotto la nuca, travasò gli effetti personali nella nuova inglesina testa di moro e uscì di casa trepidante.
Invitò Habib a salire in macchina e guidò verso un posto sicuro, dove poter parlare in libertà.
Parcheggiò ai bordi della strada sterrata. Poi camminarono fino alla scogliera, sotto il sole tiepido della primavera che si annunciava. Cullati dal rumoreggiare ondoso di un mare senza vento, si adagiarono su uno scoglio liscio e ricurvo, dove la vista dominava il golfo intero.
Nina non aveva dormito granché, elettrizzata dalla telefonata. Per tutta la notte aveva elaborato le ipotesi possibili, compresa quella del corteggiamento, la più eccitante di tutte.
Nonostante i venti anni d’età di differenza, il giovane Habib l’aveva guardata con certi occhi, il primo giorno.
Nina si sentiva confusa, e non per il sonno mancato. Non voleva ammetterlo, ma era pronta a tutto.
Articolarono discorsi leggeri, per conoscersi. Sulle famiglie e sulle origini, finché la conversazione scivolò inevitabilmente sulle avventure e sugli amori passati.
Habib era bellissimo. Un viso dai lineamenti dolci su un fisico scolpito, muscoloso, virile, protettivo. Rideva spalancando gli occhi come fossero fari abbaglianti nella notte. Gesticolava muovendo con garbo braccia e mani, che volteggiavano nell’aria come in una danza tribale.
Nina era in uno stato di sospensione dei sensi, ammaliata dalla sensualità primitiva di quel ragazzo, mentre lui le parlava di sofferenza, di dolore, di ingiustizia, di legami indissolubili, di valori così distanti dal suo mondo, di viaggi avventurosi, di cose che lei non aveva mai visto, di posti che non aveva mai visitato.
Sentiva nascere dentro il petto qualcosa di speciale, indefinibile, senza forma. Un sentimento sconosciuto. Amicizia, interesse, affetto, attrazione, sensualità, innamoramento, dolorosa partecipazione, oppure soltanto una sviscerata e umana solidarietà? Tutto questo insieme, forse.
Se in quel momento lui l’avesse abbracciata, lei l’avrebbe stretto a sé con tutte le forze. Se avesse cercato di baciarla, avrebbe ceduto senza esitazione. Se l’avesse solo toccata o sfiorata, lei gli avrebbe offerto il suo corpo. Ma se anche avesse continuato a parlare senza mai fermarsi, l’avrebbe ascoltato fino ad addormentarsi sulle sue parole.
Habib le procurò una scossa forte al cuore quando le chiese:
“Tu sei innamorata tuo marito?”
“Non lo so Habib, non è facile dire sì o no. Penso di sì. E tu?”
Lui fece un cenno, chinando il capo in avanti. Nina vide aprirsi un pertugio dentro quel non dire.
“Ho ragazza in Senegal.”
“Ti manca?” replicò Nina cercando di simulare la delusione.
“Amul problem” disse sorridendo.
“Cosa vuol dire?”
“No problema.”
Il cellulare di Nina, squillando, la fece ritornare alla realtà. Era tardissimo, ora di pranzo. Doveva tornare a casa subito.
Il Venerdì successivo non fu vera partita. Le tre amiche avevano mille domande a cui Nina non poteva certo sottrarsi. E così decisero all’unanimità di abbandonare le carte e sedersi ai divani.
“Ma alla fine, ti ha detto perché ti aveva telefonato per incontrarti? Per dirti cosa?” chiese Anna Giulia, che per natura non sopportava le questioni irrisolte.
“Non lo so. Adesso che ci penso non me l’ha detto. Abbiamo parlato di tante cose che non gli ho poi chiesto il motivo”.
“Ma quale motivo? Quello voleva saltarti addosso e basta. E tu che fai? Ti metti a fargli l’interrogatorio. M’immagino la scena, guarda. Lui che sbava eccitato e tu che parli, parli e parli” sbottò Marzia stizzita.
“Ma che dici? No guarda, non credo proprio”.
“Forse Marzia ha ragione, no?” affermò Anna Giulia stranamente disinibita.
Marinella invece non parlava né ascoltava. Era in uno stato di abbandono sognante. Non riusciva ad immaginarsi la bellezza primordiale di Habib, imprigionata com’era dalla sagoma esile di ometto calvo e occhialuto del suo Simone. Li immaginava affiancati, una frondosa quercia secolare che sovrasta un cespuglietto ingiallito di agrimonia pelosa.
“E tu che dici, Marinella?”
“Io? Non saprei. E tuo marito?”
Fu la domanda che riportò tutte sul pianeta terra. La sola parola pronunciata in quel modo, spezzò il volo immaginario delle amiche. Nina s’intristì e strinse le spalle, come per un improvviso brivido di freddo.
“E cosa c’entra lui? Mica deve saperlo, no?” fu il tentativo inutile di Marzia di riportare il discorso sui binari dell’eccitazione.
“Voi vi state facendo troppi viaggi. Sono tutte congetture le vostre. La verità è che Habib ha bisogno di umanità, tutto qui. Vive in un paese straniero e ha conosciuto una persona disponibile all’amicizia. Che c’è di male?” dichiarò Nina cercando di convincere più lei stessa che le amiche.
“Ma cosa stai dicendo, disponibile all’amicizia? Cioè, tu saresti disponibile all’amicizia?”
“Perché no? Ho forse amici uomini, io?”
“Appunto!”
Sulla strada del ritorno a casa Nina passò dal Pavaglione, ma non riuscì a scorgere Habib.
La mattina dopo ripassò ancora e poi ancora due volte nel pomeriggio. E poi per tutti i giorni successivi, per una settimana intera.
Capì così, dalla sua assenza, quanto crescesse in lei l’attrazione, insieme alla paura di non rivederlo più.
Ne parlò con Marinella e Anna Giulia, il venerdì successivo. Marzia era fuori sede per lavoro, ma Nina volle riunire ugualmente le amiche, perché aveva un bisogno irrefrenabile di parlare con loro.
Non giocarono a carte. Marinella preparò un the caldo con biscotti al cioccolato fondente e zenzero. Gustarono lentamente quell’abbinamento anomalo, parlando di uomini, di amori e tradimenti.
Nina confidò alle amiche di avere un presentimento. Non avrebbe più incontrato Habib. Sentiva di averlo perso per sempre.
Invece il giorno dopo arrivò la sua telefonata e s’incontrarono di nuovo. Lui confessò di essere partito per cinque giorni. Un viaggio al Sud per accogliere dei parenti appena arrivati in Italia.
Era un mattino di nebbia fitta e impenetrabile. Nina gli indicò la foschia come per scusarsi di quell’impedimento a lui sicuramente ignoto.
Habib rispose, sorprendendola ancora una volta, che invece la nebbia lo faceva sentire a casa.
“E’ come Harmattan!”
“Cosa?”
“Harmattan vento secco deserto. Polvere, tanta tanta polvere. Non vedi sole”.
Lei rise felice. Ormai neanche i continenti o gli oceani li potevano dividere. Si sentiva sempre più legata a quel ragazzo ed al suo mondo, che stava scoprendo e l’affascinava sempre di più.
Nina allora fece una domanda tanto semplice da formulare quanto difficile da spiegare, nella sua tragicità.
“Habib, ma perché partite in tanti per venire qui? In cambio di cosa, accettate tante umiliazioni e sofferenze?”
Habib conosceva la risposta da sempre, perché l’avevano conosciuta i suoi genitori, gli amici, i fratelli.
“C’è una storia africana che io racconto te. Un giorno bocca chiede a tutte altre parti del corpo: Qual è organo più importante di tutti?
Occhi rispondono: Siamo noi! Perché possiamo vedere tutto che circonda corpo. Siamo noi, dicono orecchie, perché sentire anche piccolo rumore e salvare corpo da pericoli.
Errore, dicono mani, solo noi potere prendere tutto che serve a corpo.
Il cuore allora dice: sono io più importante, perché fare funzionare tutti voi.
Ma io trasformare cibo e nutrire corpo, dice stomaco.
Allora donna porta mangiare. Occhi vedere, orecchie sentire, cuore emozionare, stomaco agitare, mani prendere, ma bocca non volere mangiare.
Giorno dopo ancora. Finché tutti organi corpo perduto loro forze. Allora bocca chiedere di nuovo: quale organo più importante corpo?
Tutti rispondere insieme: Sei tu sicuro, sei tu, bocca, nostra regina.”
“Tu hai mai conosciuto vera fame tua vita?” aggiunse Habib.
“No. Non come intendi tu” rispose Nina commossa.
“Allora difficile capire per te”.
Quando Nina raccontò la storiella alle amiche, restarono tutte in silenzio. Continuarono a giocare come sospese, senza emozioni, apparentemente concentrate solo sulla disposizione aritmetica delle carte. Nina aggiunse soltanto:
“In Senegal vivono dieci milioni di persone. Sapete invece quanti sono i senegalesi emigrati, che vivono in giro per il mondo?”
Nessuna fiatò, perché una domanda così seria e profonda non ammetteva cifre fuori misura o risposte fuori luogo.
“Tre milioni” concluse Nina guardando le amiche fraternamente.
Mentre Marzia sfilava e reinfilava nervosamente un anello e Anna Giulia mischiava il mazzo meccanicamente, Marinella cercò di immaginare quanti fossero tre milioni di uomini. E vide fiumi di milioni di donne sole, inermi, straziate, ad aspettare il ritorno di padri, fratelli, mariti o promessi sposi.
Nina incontrò Habib altre volte. Quegli incontri rubati al suo ruolo di moglie e mamma nutrivano il suo legame col ragazzo, che però non si manifestava ancora in una forma a lei familiare. Nei loro discorsi c’era la voglia di avvicinarsi di due mondi diversi, il desiderio di scoprire, di sapere, di capire. Uno insegnava all’altro, svelandogli i misteri di una cultura sconosciuta. Insieme cercavano di comprendere le diverse nature di due popoli così distanti.
Habib le parlò della festa del Tabaski e della cerimonia del sacrificio dei montoni, le spiegò la differenza tra le sure meccane e le sure medinesi del Corano, le narrò del profeta analfabeta, le insegnò i cinque pilastri dell’Islam, le espose il sistema di numerazione tradizionale a base cinque. Descrisse i luoghi dov’era cresciuto, nelle terre sabbiose intorno alla vecchia capitale Saint Louis. Le recitò a memoria versi di Cheikh Adramé Diakhaté sull’emigrazione. Riassunse per lei la storia del Senegal, dai milioni di uomini e donne deportati all’epoca della tratta degli schiavi a quando finalmente, nel 1960, il paese riuscì a liberarsi dal colonialismo francese. Tradusse per lei termini e parole della lingua Wolof e le fece ascoltare lo mbalax, la musica senegalese.
Habib era un ottimo suonatore di djembe. Una volta andarono su in collina e lui suonò per lei. Subito dopo le raccontò della vittoria del Senegal contro la Francia ai mondiali del 2002. Una vittoria contro i campioni del mondo, contro il paese che aveva colonizzato il Senegal, contro gli eterni nemici. A Dakar le feste durarono una settimana e per le strade si suonava e si ballava notte e giorno senza interruzione.
Habib, dal canto suo, continuava a voler sapere dell’Italia e degli italiani. Poneva domande difficili a cui Nina non sapeva rispondere. Cosa pensate della povertà? Come vorreste fossero i vostri figli? Perché non volete fare certi lavori? Perché state sempre da soli? Perché parlate male degli altri?
Era ossessionato dalle scuole, di cui voleva sapere tutto il possibile. Nina gli portò in regalo un annuario delle scuole italiane con gli ordinamenti, materia per materia, e tutti gli istituti attivi sul territorio italiano. Habib ne fu entusiasta, a tal punto che lo portava sempre con sé, come fosse una bibbia, o meglio, un sacro corano. Appena aveva un minuto, estraeva il libro e ne leggeva una o due pagine.
Nina gli fece ascoltare la musica di De Andrè, ed Habib la guardò commuoversi quando in macchina ascoltarono “Ho visto Nina volare”.
Un pomeriggio, mentre passeggiavano su una stradina deserta dietro le colline che nascondevano la città, Habib fece una rivelazione che cambiò il corso ed il senso delle cose tra loro.
“Mio amore si chiama Magdalène” confidò Habib mentre estraeva una foto dal portafoglio.
Nina, colta alla sprovvista, vide una ragazza bellissima, avvolta dentro ad un gran Bou-bou multicolore, che sorrideva sprigionando una luce splendente di tenace vitalità.
“Io venuto qui per decidere dove abitare per sempre, Italia o Francia o altro. Lei partire da Senegal, sposare me e noi fare figli. Figli andare scuola qui. Io voglio sapere quale posto migliore per noi. Tu credi che Italia posto giusto per noi?”
Nina rimase stordita, non soltanto dalla rivelazione che non si aspettava e da quel “per sempre” che recideva netto qualsiasi sua aspettativa futura su quel rapporto, ma anche dalla responsabilità che pesava sulle sue spalle, quella di dare una risposta così definitiva.
“E tu che hai risposto?” chiese Anna Giulia basita.
“Niente. L’ho abbracciato fortissimo.”
“Abbracciato? Che vuoi dire?” la interrogò Marzia.
“Abbracciato come un figlio.”
“Bellissimo, Nina” esclamò Marinella con gli occhi lucidi, come desiderasse ricevere anche lei, per una volta nella vita, un abbraccio di quel tipo.
Anna Giulia e Marzia rimasero deluse. Per motivi diversi, nessuna delle due l’avrebbe certo abbracciato. Parve loro un gesto di resa, che non era nel loro dna di donne agguerrite e combattive.
Dopo qualche giorno, un pomeriggio Habib telefonò a Nina chiedendo di poterla incontrare con urgenza. Si presentò a lei col viso tumefatto, sofferente, zoppicante.
Nina rimase sgomenta e senza parole. Lo soccorse, poi lo portò a casa di Marinella, per poter curare e disinfettare le ferite.
“Chi è stato a ridurti così?”
“Tanti. Molti, Nina” biascicò.
“Ti fa molto male?”.
“Amul problem” fu la risposta sorridente e confortante, ma addolorata, di Habib.
“Ma perché avete paura di noi?” chiese Habib più tardi.
Nina non si aspettava quella domanda, né aveva mai inquadrato il problema sotto quel punto di vista. Tacque, abbracciandolo.
Questo episodio fu determinante per la decisione finale di Habib.
Il venerdì pomeriggio successivo, le quattro amiche giunsero alla conclusione di non aver più bisogno della partita, né di appuntamenti settimanali fissi, perché la loro amicizia ormai poteva fare a meno di inutili pretesti. Il loro legame era diventato solido abbastanza da potersi vedere e sentire liberamente. Ognuna di loro aveva capito di non poter più fare a meno di quell’affettuoso affiatamento. Ognuna di loro sentiva dentro di sé di essere anche le altre tre. Non erano più solo amiche, erano un tutt’uno, un’entità unica, una donna soltanto.
Mentre si stavano ormai congedando, ridendo di gusto sull’ultima battuta di Marzia a proposito del marito della sua collega di lavoro, squillò il citofono.
Marinella rispose, poi rivolta a Nina annunciò, con sorpresa di tutte:
“E’ per te. E’ Habib”.
Nina afferrò la cornetta inconsapevole. Poi aprì la porta e scese di sotto, in fretta e senza dare spiegazioni.
Le tre amiche, scosse, si avvicinarono meccanicamente alla vetrata del balcone, per capire cosa stesse accadendo. Videro Habib sedersi su un muretto, e Nina in piedi di fronte a lui. Non ebbero dubbi. Era un addio.
“Ho deciso che paese miei figli non essere Italia. Mi spiace Nina. Parto domani per Francia” balbettò commosso.
Nina rimase in silenzio. Non azzardò a chiedere spiegazioni né a fare obiezioni. Sapeva benissimo cosa aveva influito sulla decisione di Habib. E provava una dolorosa vergogna.
Lo salutò accarezzandolo sul viso con amore materno. Avrebbe voluto stringerlo in grembo come aveva fatto un tempo coi due figli. Imprecò contro il suo paese cieco, sordo e muto, incapace di riconoscere una pena senza colpe.
Habib si sfilò dal collo un laccio di cuoio scuro, da cui pendeva un fagottino di seta color smeraldo. Tenne la corda e regalò a Nina il sacchettino.
“E’ un gris-gris. Portafortuna, fatto per Italia da maraboud di Senegal, quando io arrivato qui. Adesso proteggere te da Italia”.
“Salam aleik, Nina” le disse infine, dopo averla avvolta in un abbraccio muscoloso e senza fine.
“Aleik salam, Habib. La pace sia con te”.
Lo guardò allontanarsi claudicante. Lui si voltò un’ultima volta, sorridendole. In quell’attimo, per un instante solo, Nina vide il sole riflettersi sul viso di lui, come un flash che illuminando la scena volesse restituirle per l’ultima volta la sua l’immagine.

Per Abba (1989-2008)

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