Il conseguimento della maggiore età

Jaakko scorrazzava in bici per le strade della città, dopo la scuola.
Viveva in una stanza e bagno, nella periferia caliginosa delle acciaierie. Sua madre lavorava tutto il giorno e, per qualche ignoto motivo, spesso non tornava a dormire.
Il ragazzo ci aveva ormai fatto l’abitudine. Quando ti svegli la mattina e le cose che hai lasciato sul tavolo della cucina sono ancora lì allo stesso posto, capisci che sei solo e che la tua famiglia sei tu. E impari a farne a meno.
Jaakko non aveva modelli né ideali. Ma più semplicemente, non aveva opinioni.
Davanti a concetti come dovere, compromesso, giudizio, il suo sguardo si perdeva nel vuoto, come quando si arrovellava, volendo usare una di quelle parole difficili che era sicuro di aver già sentito da qualche parte, ma che proprio non gli era entrata nella testa.
Tra tutte le libertà che gli erano concesse, Jaakko non avrebbe mai rinunciato a quella di movimento. Immaginava il suo muoversi nello spazio come una matita che tracciasse migliaia di linee impazzite su un foglio bianco, fino a ricoprirlo del tutto. Gironzolava nelle campagne intorno, come anche nei posti più bui e remoti della città, coprendo tutte le direzioni possibili e non rifacendo mai lo stesso percorso. E durante le sue scorribande solitarie, non pensava a niente che non fosse il vento, il freddo, o il sole.
Un sabato gli imbucarono una busta di carta ruvida e giallognola, con sopra un timbro ad inchiostro blu sbavato. Se l’aspettava, la chiamata di leva, ma non così presto.
Si accasciò sul letto, disfatto da giorni. Mentre girava sul piatto un vinile comprato di seconda mano, urlava “I fought the law” con rabbia soffocante, quasi che il materasso lo schiacciasse sul soffitto. E biascicando quelle parole come se Sonny Curtis le avesse scritte solo per lui. Parole che stavolta gli entrarono nella testa per non uscirne più, lui ancora vergine di ideologie, fino ad insinuarsi taglienti nei pensieri di lì a poco sempre più ricorrenti.
Fu tutto chiaro. Doveva scappare. Nessuno avrebbe potuto fermarlo. Non doveva aver paura.
Così, senza lasciare traccia di sé, andò al rifugio sul lago, vicino alla centrale idroelettrica.
Per nove settimane visse di pesca e poco altro, bruciando legna secca per riscaldarsi. Lontano da tutto, cullato dal profumo ovattato delle betulle. Nel silenzio della foresta sentiva forte il fruscio del vento rigido tipico del nord. Finché le notti gelide ghiacciarono il lago.
Un mattino, che la luce fioca del sole pareva lo chiamasse altrove, prese la strada delle rapide e saltò su un treno carico di vecchi tronchi lunghi e scorticati.
Alla stazione di Rovaniemi, spese tutto quello che aveva per un InterRail e per un pasto caldo. Nascose gli ultimi spiccioli, neanche cento marchi, nella tasca interna della giacca.
Da Lisbona scrisse un cartolina a Mijam.
“Ciao amore mio. Aspettami. Tornerò molto presto”.
Per un mese girovagò in paesi sconosciuti, il cui nome aveva sentito solo nominare, quando a scuola gli altri si facevano interrogare in geografia.
Si lasciò sorprendere dall’alta marea, sui bastioni di Sant-Malo. Dormì nelle miniere aurifere, sull’altopiano di Ponferrada. Vide cascate di duecento metri a Triburg, nella foresta nera, dove si arrampicò per raggiungere abeti che crescevano in orizzontale. A Berlino vide gli EN suonare all’Üntergang, l’ex-mattatoio. Sul palco, massacravano seghe circolari, bidoni, tubi e travi di metallo.
Nella piazza di Bratislava ballò con gli studenti fino all’alba, la notte di San Silvestro.
Era il secondo giorno del nuovo millennio quando nostalgia, fame e angoscia lo riportarono alla frontiera.
Scontò centonovantasette giorni di carcere, il massimo della pena.
Al suo arrivo, tra quelle mura impregnate di rassegnazione muta e disinganno, Jaakko sembrò a tutti un matto suonato, con quel suo sorriso inopportuno e quella frenesia incontrollabile del suo corpo che sembrava impazzire, ristretto in spazi angusti e invalicabili.
Ubriaconi, squattrinati, furfanti di piccola taglia e altri disgraziati iniziarono dal primo giorno a sbeffeggiarlo, senza indulgenza né compassione per la sua giovane età. Gli tiravano quelle infide burle di scherno tipiche, quando capita sotto tiro un viso candido e sprovveduto.
Solo in pochi, tra i detenuti più assennati, intuirono invece la purezza di quella materia prima, malleabile, che chiede soltanto di essere sgrezzata. Lo adottarono, o più esattamente lo presero in affido, tenuto conto dell’incapacità di Jaakko di riconoscersi in una famiglia di qualsiasi genere.
Imparò qualcosa da ognuno di loro. Strimpellare una chitarra, realizzare sculture di sapone, ricavare arnesi da qualsiasi rottame capitasse a tiro. E più di ogni altra cosa gli riusciva bene ballare la humpa, una specie di polka, ma alla maniera dei finlandesi.
Gli capitò infine di leggere. Saggi politici, che furono per lui una vera iniziazione.
Con quelli che gli chiedevano perché era stato arrestato, Jaakko provava inutilmente a sintetizzare:
“Sono un obiettore totale”.
“E cosa vuol dire?” gli sghignazzavano immancabilmente.
“Un obiettore di coscienza totale. Vuol dire che…”
“Non vuol dire un cazzo…” e giù a ridere.
“Solo un coglione può andare in carcere per cose del genere” aggiungevano, senza neanche avere un’idea precisa di quale genere di cose si stesse discutendo.
Così col tempo Jaakko imparò l’arte del tacere, attraverso il difficile esercizio del silenzio. Si accorse con sorpresa di quel cambiamento, dopo che pian piano stavano uscendo dalla sua orbita i detenuti più chiassosi, per lasciare spazio a compagni più silenziosi e solitari.
Fu così che conobbe Alvar, il più solitario di tutti. Alvar il saggio, Alvar il filosofo, Alvar Il Freddo.
Jaakko gli si sedette accanto, un giorno durante l’ora d’aria. Non sapendo come destreggiarsi, aveva desistito più volte. Quel giorno si disse che non aveva niente da perdere. E vista la situazione, il luogo e la fama dell’interlocutore, tanto valeva evitare i convenevoli.
“Dicono che sei un anarchico”.
Alvar, senza neanche alzare lo sguardo, rimase immobile e silenzioso per un tempo infinito. Poi scoppiò in una risata divertita. Il ragazzo gli stava simpatico.
“Pensavo avessi preparato un discorso”.
Jaakko si trattenne un po’, come in dubbio, poi esplose anche lui in una rumorosa e interminabile risata, mentre intorno gli sguardi dei detenuti si incrociavano increduli, per non aver mai visto Alvar in un simile stato d’animo.
“Dicono che tu invece sei un obiettore totale” pronunciò Alvar, fattosi improvvisamente serio, e fissandolo come se stesse cercando la consapevolezza negli occhi del ragazzo.
Nei giorni successivi, Alvar aprì a Jaakko le porte della sua cella, onore mai concesso prima ad alcuno.
Rimasero chiusi a leggere libri ed a discuterne per settimane intere. Si trattava perlopiù di vecchissime edizioni di scrittori dell’Ottocento e del primo Novecento, che parlavano di fatti ed eventi che nei libri di storia non avevano spazio, oppure erano raccontati in modo diverso.
E la storia più appassionante di tutte, per i due amici, era quella di Germinal. Étienne e Catherine e Chavan e Souvarine e i minatori e i padroni delle miniere e lo sciopero e tutto il resto.
Jaakko leggeva e obiettava, Alvar ascoltava e spiegava. Dibattevano animatamente, spesso litigavano, per poi chiudersi in silenzi che duravano giorni interi, qualche volta ridacchiavano contenti. Ma soprattutto, si abbandonavano a lunghissime riflessioni.
Quando Jaakko la sera ritornava nella sua cella di ghiaccio ammuffito, ripensava a quelle vecchie pagine di libri anchilosati da freddo e polvere. E non si sentiva solo.
Era un altro, quando uscì. Dopo aver attraversato il cancello, sentì di essere diventato un uomo.
Gli avevano messo un gettone in tasca, per una telefonata.
“Lei non vive più qui. E’ partita. Anzi no. Ma tu non la cercare. E’ incinta e si deve sposare.”
Aveva voluto combattere la legge. Ma la legge aveva vinto. E gli aveva portato via tutto quello che in giovinezza gli era davvero appartenuto. L’amore per Mijam, sincero e forse ingenuo. E la libertà sconfinata, quella senza argini.

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