Mestizia di un vincitore

L’uomo in nero, maglia attaccata alla pelle dal sudore, con un movimento repentino si defilò sul lato destro del campo, assicurandosi l’ingresso degli spogliatoi. Portò il fischietto alla bocca, ci soffiò dentro tre volte e fu il delirio. Invasione di campo, con i tifosi che ci rincorrevano come dei forsennati, per festeggiare.
Brutta partita, un pareggio. Ma grazie a quel tiro rabbioso di Rigo a sette minuti dalla fine, eravamo Campioni Provinciali Allievi 1973. Proprio noi, io e i miei ragazzi.
Era venuto anche il fotografo del paese e ci aveva scattato le nostre prime e ultime due fotografie da vera squadra di calcio. Una, quella con sei giocatori in piedi braccia conserte e cinque accovacciati sotto. L’altra, con me, il presidente e almeno altre dieci persone tra dirigenti e imbucati, facce consegnate da quello scatto alla storia del paese.
I ragazzi avevano quasi tutti la brillantina ai capelli, prima della partita. Nelle foto, la luce rimbalza sulle loro teste impomatate. Erano altezzosi, forti, insuperabili. Ma la paura di non farcela ci aveva piegato lo stomaco in due.
Dopo i festeggiamenti, ci ritrovammo come tutte le volte dentro gli spogliatoi. Ronzino il portiere entrò per ultimo e chiuse la porta dietro di sé.
Aspettai ancora un po’, che fossero tutti seduti. Erano raggianti, non riuscivano a contenere l’esultanza, in quelle mura sudate, che sembravano esplodere della loro giovinezza.
Perciò le mie parole suonarono inaspettate.
“Oggi non parlerò della partita. Vi racconto una storia” tagliai corto.
Si zittirono d’un colpo, colti di sorpresa. Qualcuno cercò risposte negli sguardi dei compagni. Uno abbassò gli occhi, guardandosi indifferente le scarpe sporche di fango. Un altro chiuse la faccia dentro ad un asciugamano. Qualcuno, seppur contenendosi, non riusciva a cancellare dal volto l’espressione d’euforia. Soltanto in pochi fissarono i loro occhi dritti su di me, vinti dalla curiosità.
Erano lì tutti seduti di fronte a me, in un angolo di quella stanza senza finestre, dove il puzzo di sudore e fango ormai non lo sentivamo neanche più.
Mi vedevano serio e non capivano. Allora il silenzio divenne assoluto, e nessuno respirò più.
Sentivo soltanto le pulsazioni del mio cuore in affanno. Mi passai la mano sinistra sul volto, asciugando quello che non era solo sudore. Gli occhi mi bruciavano per il vento e per la polvere del campo. Avevo anche pianto e non solo di gioia.
“Non voglio rovinarvi la festa – dissi – ma devo mantenere una promessa fatta ad una persona. E questo è un regalo che vi chiedo”.
Mi alzai in piedi, e cominciai.
“Io devo la mia passione per il calcio a Zio Pepe. E’ grazie a lui che sono diventato un allenatore.”
Iniziai da lontano, raccontando dei campionati del mondo di calcio del 1950, i primi dopo la guerra, che furono assegnati al Brasile anche se era il turno dell’Europa. Spiegai loro perché, per le conseguenze della guerra, molte nazioni rinunciarono. Germania e Giappone, responsabili del conflitto, furono addirittura escluse. L’Italia era campione in carica.
Risero di gusto i miei ragazzi quando rivelai che l’India era stata squalificata perché per regolamento non si poteva giocare a piedi nudi.
Scrutai i loro sguardi già incollati alle mie parole.
“Bene, bene maestro. Ma allora non partecipò nessuno?” fu la riflessione di Mariuccio, detto Benebene.
“Parteciparono solamente tredici nazioni”.
“E l’Italia?” incalzò Rigo.
La verità sembrò loro amara. L’Italia era stata eliminata subito. Un disastro totale. Non erano più gli anni dalla grande Italia di Pozzo. E poi, dopo che nella tragedia di Superga erano morti nove titolari su undici, i giocatori della nazionale si rifiutarono di prendere l’aereo per il Brasile, e fecero un massacrante viaggio in nave da Napoli a São Paulo. Tre settimane di mare.
Mentre raccontavo questi dettagli, mi rivedevo ragazzino, davanti ai titoli dei giornali dell’epoca, mi pareva di risentire l’odore della carta e dell’inchiostro fresco di stampa, e l’alito dei miei amici, piegati sulla mia nuca mentre leggevo ad alta voce. Al bar sentivamo le notizie alla radio e leggevamo il giornale tutte le mattine, appena consegnato.
Rallentai il ritmo del mio racconto, narrando con enfasi i fatti di quei giorni. Con mia grande sorpresa, ne ricordavo i minimi dettagli.
“Insomma i padroni di casa del Brasile erano più che favoriti, imbattibili. Con loro, in finale ci arrivò la sorpresa Uruguay, su cui nessuno avrebbe scommesso. La finale si giocò il 16 luglio davanti a 170.000 persone allo Stadio Maracanà di Rio de Janeiro, costruito apposta per i Mondiali.
Il Brasile passò in vantaggio ma l’Uruguay prima pareggiò, con la sua stella Schiaffino, e poi passò addirittura in vantaggio e vinse. Fu incredibile, un esito inaspettato. In tutto il mondo se lo ricordano come il disastro del Maracanà. Un dramma per tutto il Brasile. Lutto nazionale. L’Uruguay campione del mondo”.
Feci una pausa, per rilassarmi dallo sforzo di ricordare. I ragazzi sembravano parecchio divertiti, come cristallizzati. Erano occhi e orecchie che non avevano ancora diciassette anni.
Ma non era dei mondiali che volevo parlare, perciò tagliai corto.
“In quel Luglio del 1950, Zio Pepe aveva quasi venti anni. Noi ragazzini lo chiamavamo Zio perché era più grande di noi. Anche se non aveva mai avuto fidanzate. Giocavamo insieme tutto il giorno in strada, rideva sempre e ci faceva divertire in mille modi. Ci proteggeva con i suoi anni in più, anche se era rimasto un bambino e stava in strada sempre scalzo.
Se c’era un pallone, lui non sapeva resistere. Il calcio era tutto quello che aveva. Giocava meravigliosamente e vinceva tutte le gare di palleggi contro i bulli delle altre bande del paese. Noi scommettevamo soldi, figurine, castagne e tutto quello che avevamo. Lui ce le moltiplicava. Era il nostro indiscusso capobanda.
La mattina del 17 Luglio lo Zio aveva saputo della incredibile vittoria dell’Uruguay, contro il Brasile degli invincibili. Aveva letto sul giornale delle gesta sbalorditive del campione Schiaffino. La stella dell’Uruguay, detto El Pepe, lo folgorò come un fulmine in pieno corpo.
Quel pomeriggio, come tutti i pomeriggi, giocammo a calcio sulla strada principale del paese, in un campo abnorme, largo sei metri e lungo cinquanta, dallo spiazzo del municipio fino alle scale della parrocchia. Quel giorno, per noi era lo stadio della finale del nostro campionato del mondo.
Giocavamo contro la squadra dei Giardinetti Robinson, con cui nessuno in paese aveva ancora mai vinto. Eravamo pronti al suicidio.
Non eri nessuno se non avevi affrontato, almeno una volta, la squadra dei Giardinetti.
Dopo venti minuti per miracolo eravamo ancora zero a zero.
Ero davanti al nostro portiere, vicino al portone del Municipio. Zio Pepe mi guardò come se gli fosse appena balenata un’idea diabolica. Gli passai la palla. Lui alzò la testa e guardò in fondo a quei cinquanta metri, fissando le scale della chiesa, in segno di sfida. Cominciò a correre palla al piede, saltando un avversario dopo l’altro.
Lo seguivo impaurito mentre lui impavido correva come un pazzo, cadenzando ad alta voce la radiocronaca dell’azione – Ecco Pepe che avanza, Pepe, Pepeeeee, Pepeeee…. Ancora lui, salta il difensore del Brasile, Pepeeeeeee… si avvicina alla porta, guarda il portiere, lo ipotizza (intendeva lo ipnotizza)… tiroooooo… gooooooooooollllllllll. Pepeeeeeeeeeee!! – Non riuscì a fermarlo nessuno, tra i robusti difensori dei Robinson, montagne sbuffanti di rabbia che da dietro continuavano a scalciarlo invano. Zio Pepe arrivò dentro la porta avversaria con la palla ancora attaccata al piede.”
Fui interrotto nel racconto. I miei ragazzi nello spogliatoio esultarono con un boato, come se il gol l’avessero segnato loro.
“Zio Pepe, cercando di frenare l’impeto del gol, mise inavvertitamente il piede sulla palla e ci rotolò sopra. Scivolò con la gamba destra su un cartone. Perse l’equilibrio, cercò invano di aggrapparsi a qualcosa. Sbatté forte il viso sul lampione di ghisa, tre metri dopo il palo della porta.”
Vidi i volti dei miei ragazzi ripiegarsi per il dolore immaginato. Nessuno che dicesse niente. Allora continuai.
“Si ruppe setto nasale e tre denti davanti. Tra lo spavento, le grida ed il sangue, fu impossibile continuare a giocare. Partita finita. Vincemmo uno a zero contro i Giardinetti Robinson.
Lo Zio divenne Zio Pepe. E come Schiaffino per l’Uruguay, lui era il nostro eroe. Con un gol mitico, un naso e tre denti, ci aveva fatto vincere la nostra finale del campionato del mondo.
E io mi sentii importante, per aver dato inizio a quell’azione leggendaria. Il più gran bel dribbling che io abbia visto in vita mia. Tutto un tiro dal municipio alla chiesa, con gli avversari impotenti e innocui, come burattini senza il filo.
Zio Pepe era per noi come Schiaffino per quei dieci compagni di squadra. Provavamo la stessa sfrontatezza e irriverenza con cui loro avevano battuto i campioni del Brasile, davanti agli occhi increduli di tutto il mondo.”
“Che bella storia, maestro” incalzò Checco, alias Trombo di Trono, per via del suo modo di giocare alquanto pirotecnico.
Risposi con un sorriso. Li vidi allentare la tensione, i loro sguardi s’incrociavano compiaciuti. Il racconto era stato di loro gradimento. Non sospettavano che la vera storia non era ancora cominciata.
“Per Zio Pepe, da quel giorno le cose cambiarono.”
E bastarono queste parole per farli ricadere nello stesso smarrimento di prima.
“Come, maestro, non avevate finito?”
“Zio Pepe non si riprese. Non uscì di casa per molte settimane. I miei compagni dicevano che aveva battuto la testa, e che non era più normale. Io non ci credevo, e non volevo parlarne.”
Da qui in poi cercai di procedere nel mio racconto più velocemente, temendo che il nodo alla gola che mi stava crescendo, m’impedisse di arrivare alla fine.
Spiegai come le cose che fino a quel giorno a tutti erano sembrate semplici casualità, divennero improvvisamente piene di significati.
“Zio Pepe a venti anni ancora non aveva avuto fidanzate, anzi non aveva mai neanche corteggiato una ragazza. I suoi coetanei erano cresciuti, qualcuno era già maritato. Ma lui niente, le donne non le guardava neanche. Perciò cominciarono a circolare certe voci.
Passarono altre settimane, lui si ripresentò ma aveva lo sguardo perso, e non rideva più.
Molti miei compagni, a causa delle maldicenze che giravano in paese, non lo volevano più in squadra. Pian piano lo allontanarono del tutto.
Allora Zio Pepe cominciò a fissarsi. Continuava a raccontare della vittoria incredibile dell’Uruguay sul Brasile e la vittoria nostra contro i Robinson, senza mai accennare a quel suo schianto terribile. Era ossessionato da quella storia. Quando la raccontava, i suoi occhi erano quelli del bambino.
Seduto sulla porta di casa, guardava il vuoto, senza vedere i ragazzini che lo additavano ridacchiando, mentre giocavano a calcio. A volte iniziava senza motivo a fare il riscaldamento, come se desiderasse entrare in partita. Faceva movimenti vistosi, sperava qualcuno si accorgesse e lo invitasse al gioco.
Ma non ci fu più una partita per lui. Restava lì seduto tutto il pomeriggio, ed anche la sera.”
I miei ragazzi avevano tutti perso il sorriso. Ebbi pena per loro. Ma non mi fermai.
“Qualche anno dopo io partii per l’università. Quando d’estate tornando al paese cercavo uno per uno i vecchi amici da salutare, sempre di meno e sempre meno familiari, mi sedevo poi la sera accanto a Zio Pepe, davanti alle scale della piccola casa dove viveva con la sorella. Gli chiedevo – Dai Zio, raccontami ancora del disastro del Brasile nel 1950 – e lui sorrideva dolente.”
Cominciai a tentennare, ero giunto alla fine della storia e solo io sapevo qual era il finale. Respirai profondamente.
“Zio Pepe, adesso non c’è più. Lo rinchiusero in uno di quei posti, sapete, insomma, avete capito… ci rimase fino al 1980”.
Non osavo alzare lo sguardo su di loro. Non volevo invadere il loro turbamento.
“Per Zio Pepe in paese non erano tempi, quelli. Nessuno di noi ragazzini, io compreso, poteva comprendere certe cose. Forse non lo capì neanche lui stesso. Perciò lo facemmo impazzire, perché non potevamo accettarlo. E gli togliemmo anche l’unico suo grande amore corrisposto, il calcio.
L’ultima volta che lo vidi, in ospedale, gli dissi che avevo appena preso il brevetto di allenatore. Gli promisi che avrei vinto un campionato e che ci sarei riuscito a qualsiasi costo. Una categoria qualsiasi, ma un campionato intero. Gli promisi anche che avrei raccontato la sua storia, perché nessuno avrebbe più dovuto fare quello che noi abbiamo fatto a lui.”
Zio Pepe in realtà non capì la mia promessa, perché aveva lo sguardo perduto nel vuoto. Ma vidi piegarsi sulla sua fronte una piccolissima ruga, una linea impercettibile sopra l’occhio sinistro. Mi piace pensare che avesse voluto farmi l’occhiolino, per assentire.
Vidi i miei ragazzi con la testa bassa sulle scarpe. Nessuno mi guardava. Non avrebbero mai immaginato di vedere il loro maestro, come mi chiamavano affettuosamente, un uomo maturo, ferreo e rigoroso, piangere davanti a venti sedicenni. E piangemmo in tanti, chi dentro chi fuori. Nessuno ne fu imbarazzato.
Il fardello che da anni mi portavo sulle spalle si era fatto più leggero.
Forse non potevano comprendere allora. Forse l’avrebbero capita da grandi.
Guadagnai la porta, uscendo senza dire altro. Non avrei potuto reggere il loro rattristato silenzio.
Quei venti sedicenni, sudati del vapore dello spogliatoio, sporchi di fango sulle maglie e distrutti dalla fatica, i miei ragazzi, stavano diventando adulti.

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