Sine die

Ho raccolto i miei detriti
dal fondo limaccioso di questi anni
in cui, al posto degli antichi vessilli
sorgono insegne luminose

io che nella civiltà moderna
non faccio altro che stare
stupito di come il superfluo di ieri
sia diventato il necessario di oggi

riposo dai miei tormenti, la notte
al rumore del silenzio
mentre fuori, quel che resta del vento
stride, tra la ruggine e le macerie

in sogno, sfilo indolente nei cortei funebri
fingendo di essere il morto
unico modo che ho per sottrarmi
all’ignobile mediocrità del restare

traspare, al mattino
un tempo a non finire
di giorni accatastati
reiterazione infinita di cerimoniali arcaici

cresce, il lamento dei profughi in viaggio
verso destinazioni
che diventano destino
di retrovie e confino

non la smania di arrivare
adesso che le distanze
si misurano in unità di tempo
ma l’eccitazione di andare

alla ricerca del primo uomo
sulle orme di Gerico
al passo dei mercanti Romei
in transito dai valichi d‘Oltralpe

in cerca di un esilio dal mondo
tra uomini avvezzi al pianto
verso un nuovo altrove
che non sia, soltanto, ornamento.

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