Estetica del giudizio

Da piccoli, nella piazza dove giocavamo, c’era una piccola aiuola a forma esagonale, con al centro una stranissima sbarra di ferro, alta più di tre metri e infilzata nel terreno. La ruggine, che ne aveva corroso l’antico smalto, ed il terriccio intorno, totalmente ricoperto da erbacce e cespugli spinosi, ne decretavano ufficialmente il perenne stato d’abbandono.
Il Monumento ai Caduti, lo chiamavano. E noi, pur tentati all’oltraggio da tanto invitante bruttezza, ne avevamo sempre mantenuto ossequioso rispetto.
Avevo già quindici anni quando venni a sapere che un tempo, alla sbarra, c’era stata attaccata un’imponente ed elegante scultura, in pregiatissimo marmo arabescato. Pertanto, quello che avevamo sempre venerato come l’opera d’arte, era solo un misero piedistallo.
Ecco. Anche adesso io, nelle gallerie o nei musei di arte contemporanea, mi capita di fermarmi davanti a queste grandi installazioni astratte, opere di artisti a me sconosciuti. Non le comprendo, da ignorante quale sono, ma ne rimango affascinato. Le contemplo, assorto nei miei pensieri. Finché non mi ridesto, ripensando al piedistallo. E, come dire, comincio a guardarmi intorno con circospezione. Mi allontano, furtivamente. Senza più voltarmi indietro.

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