Altrove | ROSIGNANO SOLVAY

Non so se esistono casi simili, nella toponomastica italiana. Il nome di una città sponsorizzato da un’azienda, il cui insediamento industriale prende il sopravvento sul territorio. Rosignano il paese, Solvay la famosa ditta che produce soda e bicarbonato.
Cento anni fa, nel 1917, il Consiglio Comunale di Rosignano Marittimo, su pressioni dell’imprenditore belga Ernest Solvay che aveva da poco insediato in questa zona la sua attività di produzione, accettò di riconoscere come frazione amministrativa l’agglomerato abitativo che si stava creando intorno all’area industriale. Nacque così Rosignano Solvay, quasi ventimila abitanti ad oggi.
Il curioso toponimo in questo caso non rappresenta soltanto un fatto commerciale. La fabbrica si è preso tutto. La forza lavoro, l’urbanistica, la politica e l’economia, i rapporti sociali. Tutto è stato pensato, progettato e costruito a misura e dimensione della Solvay. E non è stato risparmiato nulla, ad esempio ambiente e vivibilità.
Le famosissime spiagge bianche di Rosignano Solvay, per anni miraggio di flussi di bagnanti alla ricerca di illusioni esotiche, di frotte di vacanzieri ammirati dalla brillantezza della luce riflessa sul bianco della spiaggia e sull’azzurro caraibico del mare. E tutti a decantarne la bellezza e a sfruttarne commercialmente la peculiarità. Per poi risvegliarsi un giorno dal peggiore degli incubi, tra divieti di balneabilità e processi per disastro ambientale.
E allora sono venuto a vedere di persona. Voglio camminarci sopra, a questa sabbia chimica. In questo giorno freddo di vento forte e umido, che tira di libeccio.
Una famiglia con due ragazzini maschi sta rimettendo a posto l’attrezzatura da kite surf. Non sono italiani, hanno un Van con targa slovena. Completamente ignari, ne sono sicuro. Il più piccolo infila la testa sott’acqua, per poi rialzarla di scatto, ricacciando i suoi capelli lunghi sulle spalle. Fa freddo. Saranno cinque gradi, non di più.
Due gruppi di scout sono intenti nella loro attività di campo. Allenarsi ad un qualche tipo di nodo scorsoio che non ho mai visto, l’uno; raccogliere rametti, ciuffi d’erba e arbusti nel tentativo di classificarli, l’altro. Gambe nude sotto i bermuda blu, calzettoni al ginocchio. Sembrano tutti molto divertiti. Anche per loro, cinque gradi non di più.
Due fotografi professionisti, li vedi dall’abbigliamento fatto di tasche, taschini e tasconi, e dall’obiettivo a forma di cannone spara pixel. Hanno allestito il loro set fotografico a ridosso di un capannino abbandonato, ricoperto da mille murales e graffiti. Scatti che immagino finiranno dentro a qualche reportage formato cartaceo, o digitale piuttosto.
E poi strani incontri, direbbe un turista. Incontri ordinari, risponderebbe un viaggiatore curioso. Succede che ho bisogno di un caffè, mi accorgo che dentro ad uno di questi stabilimenti balneari chiusi fuori stagione mi pare di vedere un movimento, c’è qualcuno.
Senza farmi illusioni mi presento alla porta a vetro, chiusa. Un ragazzone mi vede, si fa avanti. Gli mimo il gesto del bere da una tazzina. Mi fa cenno di no, siamo chiusi, indicando tutto spento intorno. Poi però mi apre, inaspettatamente.
Cinque minuti dopo son lì che sorseggio soddisfatto il mio espresso. Carmine è napoletano. Non l’avresti mai detto, dal nome, dalla tuta celeste con marchio Lete bianco su rettangolo rosso, dalla nera chioma riccia maradonina, che fa il paio con una barba folta e incolta. Vive in Toscana da venticinque anni. Una Toscana, in questo caso, che più amena non si può.
Scherzo con lui sulle mia terronaggine, quanto basta per potermi permettere una battuta razzista. Gli faccio presente che da una mia indagine campionaria, condotta in tutti gli angoli della terra in cui ho viaggiato, che è un modo di dire perché la terra è tonda e non ha angoli, i
napoletani sono almeno un miliardo. E aggiungo che se vuoi vederli tutti insieme, devi farti trovare il 23 dicembre alle quattro del pomeriggio, sulla Roma-Napoli direzione Sud. Lui ride fraternamente. Quando ci saluteremo di lì a poco, mi chiamerà cumpà.
Ma prima, gli chiedo della Solvay. Mi rassicura dicendo che è vero, il versamento in mare c’è stato e c’è ancora, probabilmente. Ma secondo lui e quelli del posto è tutta una messa in scena, si tratta di sostanze non nocive. Come dire, abbellimento estetico. Altro che disastro ambientale!
Mi racconta di quanta gente viene a vedere il posto e a fare le foto. Nei giorni feriali arrivano spesso troupe cinematografiche e televisive. Con qualche accorgimento scenografico, le spiagge bianche e l’acqua azzurra diventano un fondale tropicale a basso costo. Mi fa i nomi di Abatantuono e Gigi D’Alessio. Stento a credere quando mi racconta che la Msc Crociere ha fatto montare una nave finta coi pannelli, girando scene di uno spot con cinquanta bambini come comparse.
Questa nostra Italia. Popolo di inventori e di creativi. E di ingenui creduloni, incapaci di distinguere il vero dal verosimile.
Mi basta una ricerca internet di due minuti, per informarmi. Il fenomeno delle cosiddette Spiagge Bianche è dovuto agli scarichi chimici. Calcare cotto sotto forma di polveri sottilissime e cloruro di calcio. Il litorale, secondo l’Unep (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente), è tra i 15 tratti costieri più inquinati di tutto il Mediterraneo. Anche se nel 2010 l’intero ciclo di produzione è stato definitivamente convertito a tecnologie più moderne, con la Solvay che lascia intendere non ci siano più riversamenti in mare, rimangono nei sedimenti milioni di tonnellate di mercurio, cloro e chissà cos’altro, finito in mare nel corso di un secolo.
Lasciandomi il tramonto alle spalle, non faccio che pensare a come deve essere andata in quel Consiglio Comunale del 1917. Quanti voti a favore, quanti contro, quanti astenuti. Rosignano Solvay. L’assemblea approva all’unanimità.

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