Nostra Signora del Buon Rimedio

Ripensò per un attimo al perché di quel viaggio, dopo vent’anni di silenzio.
Volle controllare ancora una volta. Nella tasca interna della giacca, con la punta delle dita sfiorò un foglio di carta ripiegato. Ne trasse sollievo.
Quando finalmente si aprirono le porte, scese dall’autobus.
Si guardò intorno disorientato. Con i piedi immobili sull’asfalto malridotto di una strada dirupata, che squarciava una valle ampia e ondulata da numerosi ma lievi crinali.
Tutto intorno solo campagna. Il rosso della terra arata si intrecciava col verde di pochi ma fitti campi seminativi, e con i fondi ingialliti di grano e avena. Qualche casolare di pietra qua e là, perlopiù ruderi abbandonati.
All’orizzonte, i profili delle salite e discese collinari tracciavano un contorno frastagliato sotto l’azzurro limpido del cielo. Poche nuvole, forme bizzarre di fumo bianco trapassate dai raggi di sole. La natura, pennellava il paesaggio, quasi ad impadronirsene.
Guardò verso ovest, dove riuscì subito a distinguere il percorso che una signora gentile gli aveva indicato. Fu rapito dalla goffaggine di quel sentiero inelegante, lunghissimo e malagevole, che portava fin su la collina. Un sentiero sterrato di ghiaia bianca finissima, tracciato ai bordi da due folte strisce d’erbaccia verde, mista a sterpaglia. Il percorso, in salita, divideva in due metà un enorme campo giallo oro che copriva tutta la collina. Pochi cipressi, altissimi ed evidenti, sparsi a caso sui lati della strada, senza continuità.
La luce insinuante del sole ed il vento impercettibile ondeggiavano voluttuosamente i fitti fasci dorati d’avena.
In quel tardo mattino d’estate, restare immobile in quel luogo senza tempo, non poteva concederselo. Non aveva tempo per fermarsi ed ammirare. Non questa volta.
Doveva percorrere tutto il sentiero, gli aveva detto la signora sull’autobus. E si poteva farlo solo a piedi. Pensò fosse l’ultimo ostacolo per le sue paure. Arrivato in cima, forse non avrebbe più avuto dubbi.
Ma il peso dell’età rese la salita ancora più faticosa. Tanto più perché indossava un abbigliamento inadatto. Aveva scelto un abito scuro di lana fredda, l’unico di mezza stagione nel suo guardaroba tanto copioso, eppur povero di abiti canonici.
Non aveva previsto un caldo così afoso. Un abito importante gli era sembrato necessario. Doveva presentarsi in modo elegante, rispettoso e soprattutto rassicurante.
Il suo respiro affannoso soffiava ansimante sul viso sudato. Aveva sete e non aveva bevuto da più di tre ore. Ma continuò a chiedersi se stesse facendo una cosa saggia. Sentiva insinuarsi lentamente un tumultuoso ripensamento.
Perché dopo venti anni? Perché adesso? Perché non desistere definitivamente? Perché darsi pensiero per cose ormai perdute nell’oblio. Era suo diritto costringere quella gente a riesumare il proprio doloroso passato? E che cosa avrebbe mai potuto trarre da quel viaggio?
Arrivato in cima, si fermò a riprender fiato. Attraverso un recinto naturale di piante selvatiche, reticolati e muretti a secco, lo sterrato confluiva in uno spiazzo più grande, un’aia pietrosa e battuta, dove si potevano notare parecchi segnali di una certa trascuratezza. Rottami, cumuli di mattoni, intonaci e pavimenti divelti, sparsi ovunque. Una ruota arrugginita e due stanghe di carriola sulla sinistra, ed i rami frondosi di una quercia secolare a destra, ostruivano quasi il passaggio per l’ingresso pedonale. Molto più ampio e agevole invece, nascosto più in fondo, l’ingresso dei mezzi.
Evidentemente amici e forestieri qui arrivavano coi mezzi agricoli, molto più che a piedi. Gente che sapeva bene che l’ingresso più grande si trovava in fondo, quasi dietro un piccolo fienile in pietra.
Il tempo passava indifferente sopra a queste sterpaglie e calcinacci, sopra a questi rottami. I quali, se non erano visti come impedimenti per il passaggio, tanto meno lo dovevano essere per il mero gusto estetico.
La parte abitativa era un agglomerato di diversi vani, costruiti in periodi diversi, a giudicare dalle facciate di vari colori e dalle differenti consistenze di intonaco, uno di cemento grigio, l’altro di calce bianca, l’altro ancora di mattoni rustici.
L’ingresso dell’abitazione doveva essere quella porta centrale tra le tre che si contavano nella facciata. L’unica di legno, color ciliegio arancione semilucido, col pavimento esterno lastricato e una copertura di passiflora rampicante sopra.
La porta a cui bussare era quella. Nessun dubbio.
A quel punto capì di non avere più la possibilità di tornare indietro, né di cambiare idea. Aveva indugiato per venti lunghi anni. Adesso non rimaneva altro da fare. Abbandonarsi all’inerzia della decisione già presa, piazzarsi sulla soglia e battere uno o due colpi sulla porta.
Allora respirò profondamente ancora una volta. Estrasse un fazzoletto di stoffa dalla tasca posteriore dei pantaloni e, con la mano sinistra, si asciugò il sudore sulla fronte. Con lentezza, come a voler dilatare il tempo, ricacciando in avanti l’attimo definitivo, quello del non ritorno.
Infine, con finta decisione, bussò tre volte.
Dieci secondi, un’eternità. Sentì il precipizio sotto i piedi.
Avrebbe cominciato con un buongiorno, e poi? Ma perché aveva deciso di andare fin là?
Cosa lo autorizzava a coinvolgere quelle persone nel suo tedioso tormento.
Non ebbe altro tempo. Una donna anziana, con la testa curva sulle spalle coperte da uno scialle nero, era di fronte a lui, stranamente timorosa.
Lui disse soltanto: “Buongiorno… Lei deve essere…”
“Prego, prego. Venite, accomodatevi dentro”. A cui aggiunse subito dopo: “Vi stavamo aspettando, io e mio marito”.
Seduto su un’antica poltrona di stoffa color oro e braccioli intarsiati in legno scuro, mentre aspettava, poté guardarsi intorno.
Era una casa molto semplice, grigia, semivuota, povera. Pochi mobili, tra cui una credenza di legno scuro, coi pomelli di ottone annerito. Una finestra alle sue spalle, velata da una tenda di stoffa avorio trasparente, i cui ritagli ricamati si lasciavano trapassare dai raggi diretti del sole.
Muri intonacati in calce, color cenerino chiaro, ingialliti sugli angoli. Sicuramente bianchi, un tempo. Ma come incrostati di polvere e fumo.
Era tutto così poco ospitale. E la poltrona regale su cui era seduto, che faceva il paio con una identica di fronte alla sua, contrastava decisamente col resto dell’arredamento.
In quella stanza doveva passare poca gente, si disse. La polvere sui piani lucidi suggeriva rare e saltuarie visite di tipo formale. Chissà, qualche persona importante o un parente più lontano, di tanto in tanto.
Le pareti erano tutte incredibilmente ricoperte di cornici, con fotografie e ritratti del loro unico figlio. Cornici di legno, di plastica nera, di argento senza più lucentezza. Altre cornici sulla panca sotto la finestra. Una enorme cornice bianca anche sul tavolo da pranzo, sopra ad un centrotavola all’uncinetto.
Notò il contrasto di quel bianco candido del centrino, rispetto a tutti gli altri bianchi sbiaditi della stanza. Pensò che tra tutti gli oggetti di quella stanza, muri compresi, l’unica cosa che si poteva lavare con una quotidianità anche maniacale, fosse proprio il centrino. Mentre tutte gli altri bianchi avevano perso la purezza del colore, il centrino aveva invece mantenuto l’innocenza primordiale del filo immacolato. Fisso sul tavolo al centro sulla scena, resisteva al logorio, muto e immobile.
Il logorio della sua stessa vita, dopo quel giorno fatale di venti anni prima. Vano ogni sforzo, ogni tentativo di conservarne la grazia, il candore,
l’innocenza. Mentre intorno a lui tutto è ingrigito, sbiadito, anno dopo anno. Dopo quel giorno e per sempre.
Il suo tentativo disperato di sopravvivere al ricordo era stato illusorio. Effimero come una nevicata che copre tutto, per un giorno o una mattinata soltanto. Prima di sciogliersi e lasciare fango e pantano.
E ciò gli apparve ancora più chiaro adesso, che sentiva sulla pelle tutta la mestizia di quella casa. Mestizia che evidentemente, per chi ci abitava, rappresentava invece la messa in scena di un lutto, di una rinuncia.
Ecco. In quel momento si trovava di fronte ad un altare di devozione ad un figlio, un voto di lutto perenne, per un dolore mai assopito. Era stata adorazione, un tempo. Un figlio unico. Maschio. In una società antica e tradizionale come quella.
All’improvviso sentì, dietro una delle due porte interne, dei passi rumorosi e frettolosi. Sobbalzò dalla poltrona alla vista di un uomo di bassa statura, dalle spalle larghe, che riconobbe subito, nonostante la calvizie solo accennata che ricordava, fosse progredita inesorabilmente.
“Buon giorno, signor Osvaldo. Come state? Vi chiedo perdono, ero in cantina, stavo travasando il vino dalla botte.”
Strinse una mano ruvida, secca, incallita. La stretta di mano lo intimorì ancor di più. Le sue mani, bianche e lisce, sin da giovane gli avevano accresciuto un complesso di inferiorità nei confronti degli uomini di fatica, che invece avevano mani forti ed esperte.
Le sue invece gli avevano procurato un complesso di inadeguatezza. Come quella volta in cui, dopo una carezza sul viso, Mara gli aveva fatto notare la pelle liscia e vellutata delle sue mani. E lui ci aveva pensato tutto il giorno, con risentimento. E aveva desiderato avere piuttosto cocci di vetro sul palmo e chiodi al posto delle dita, da strisciare sul viso della donna che l’aveva ferito nel suo sentimento di maschio affettuoso e sensibile.
“Prego, sedetevi qui. Vi chiedo di nuovo perdono perché vi ho fatto aspettare.” E si accomodò sulla poltrona gemella di fronte.
Osvaldo non riusciva a darsi pace e pensò ancora una volta di aver fatto una cosa insensata. La semplicità ed il dolore appariscente e teatrale di quella coppia di contadini, lo schiacciava in modo insostenibile.
Lui che in casa non aveva voluto esporre alcuna immagine di Rigo, e che aveva perfino fatto sparire dalla vista ogni oggetto gli fosse appartenuto.
Provò un senso di vergogna. Come denudato davanti a mille sguardi giudicanti. Si sentì un uomo mediocre, ed un padre ridicolo.
Smaniava dal caldo, e una sete fastidiosissima gli si stringeva in gola. Infilò la mano nel taschino interno della giacca, il foglio ripiegato era ancora al suo posto.
Arrivò finalmente anche la donna. Sorreggeva un vassoio delle grandi occasioni, dove un intricato ricamo all’uncinetto faceva nuovamente mostra di sé, incastrato sotto al vetro di fondo. Nel vassoio, due antiche tazze da caffè, di porcellana bianca e con profilo argentato sul fondo, ed un sontuoso bicchiere di vetro col manico, con una caraffa d’acqua accanto.
Lasciò il vassoio sul tavolino tra le due poltrone e si fece da parte, sedendosi in disparte vicino al camino, come per lasciare i due uomini soli al centro della scena. Così tolse a sé stessa il ruolo di protagonista. E fu un gesto di soggezione al marito. Eloquente e emblematico.
Osvaldo guardò con ingordigia quel bicchiere e la caraffa straboccante d’acqua. Versò e bevve subito tutta l’acqua del bicchiere, in un sorso solo, affogando le sue ultime indecisioni in quel gesto impacciato, che smascherava il suo disagio.
Mentre si dava sollievo e refrigerio, fissò a lungo una foto sulla parete di fronte, la cornice più grande tra tutte.
Un giovane in divisa, in mezzobusto e col petto in fuori, un berretto rigido con visiera dei Carabinieri, stringente sulle tempie, due guance bianche carnose, sopra le quali posava uno sguardo innaturale. Occhi che parlavano, come se contenessero a fatica il destino di quello che sarebbe stato.
Ma che non esprimevano quella fierezza associata in genere ad una divisa, né tantomeno ostentazione. Niente di tutto questo, anzi. Era semplicemente lo sguardo di un bambino, su un volto da adulto.
Quella espressione di innocenza faceva accrescere in Osvaldo ancora di più il senso di colpa. Esser lì, dopo venti anni di propositi e ripensamenti, gli sembrò irrimediabilmente fuori luogo.
“Prego Signor Osvaldo, diteci. Io e mia moglie stavamo aspettando.” tuonò il marito.
Richiesta educata, certo. Ma molto decisa, come a voler accorciare il più possibile quella visita sgradita. Osvaldo, seppur ravveduto, a quel punto ormai non poteva più sottrarsi.
“Io vi chiedo perdono ancora una volta, forse non dovevo”, tentennò.
“Ma, ecco. Vedete… vorrei farvi vedere una cosa che ho portato con me. Eccola, guardate. E’ una fotografia”.
Dalla tasca interna del vestito, aveva intanto estratto un foglio ripiegato.
Lo aprì premuroso, articolando le dita con delicatezza, quasi accarezzandolo. Per estrarre infine, come l’orefice scarta il suo gioiello più prezioso, un vecchio foglio di giornale, a sua volta ripiegato dentro.
Era un ritaglio di un quotidiano d’epoca, con un articolo in rilievo e una grande fotografia in bianco e nero.
L’uomo dapprima guardò la foto senza alcuna reazione, sembrò non capire.
Poi d’un tratto, mentre intanto la donna si era avvicinata curiosa alle sue spalle, abbassò la testa stringendola tra le braccia, come se ne avesse perso il controllo.
La donna invece capì subito, se lo aspettava, forse.
Abbassò anche lei la testa, poggiando le mani sulle spalle del marito, quasi cingendogli il collo.
A quel punto Osvaldo, incalzò: “Aspettate! Lasciate che vi spieghi…”
“Quel carabiniere in prima fila, sul fondo, è vostro figlio, lo riconoscete?”
La donna annuì.
“Il ragazzo col viso coperto invece, coi capelli lunghi, a destra. Quello era mio figlio”.
Fece una pausa, per aspettare che entrambi alzassero lo sguardo guardandolo negli occhi. Poi proseguì:
“Vi ricorderete sicuramente, al processo. Rigo era uno degli imputati. Ma poi non si riuscì ad avere alcuna prova e, come sapete, furono assolti tutti.”
“Certo, certo. Tra un mese sono venti anni precisi. E non abbiamo mai saputo nulla. Chi gli ha sparato, la faccia che aveva. Niente. Non sappiamo niente” protestò l’uomo.
“Si, comprendo.”
L’uomo abbassò lo sguardo verso il pavimento. Quando si ridestò, poco dopo, aveva una voce diversa, più sofferente. Si scusò per lo sfogo.
“Il fatto è che io e mia moglie non riusciamo a dimenticare. Se non sappiamo nemmeno come sono andate le cose, voi capite Signor Osvaldo?” aggiunse.
Ci fu silenzio. Un lungo e rispettoso silenzio. Su cui sovrastava il singhiozzo deglutito della donna.
“Ma voi, siete venuto fino a qui…” riprese infine il marito, “… perché vostro figlio, insomma. Voi pensate che è stato lui?”
Osvaldo non poté sostenere quello sguardo smarrito che gli chiedeva conferme. E affrettò la risposta.
“Ve lo confesso. E’ un ossessione. Il mio tormento. Non riesco a credere che mio figlio possa aver fatto quel gesto. Ma purtroppo non ho mai avuto elementi neanche io. E vivo così, nel dubbio. Da allora”.
Versò altra acqua dalla caraffa, bevve con un lungo sorso. L’aria pesante di quella stanza lo attanagliava. Poi continuò, parlando lentamente:
“Vedete. Voi forse sapete che mio figlio dopo quel giorno al processo, io non l’ho più visto. Perciò non gli ho mai potuto parlare. Solo sospetti, dubbi, domande, ipotesi. E niente altro”.
“Mi sarebbe bastato vederlo anche una volta soltanto, guardare i suoi occhi” aggiunse dopo un attimo di riflessione.
“Ma vostro figlio non era, come si dice…” chiese l’uomo, spalancando gli occhi.
“Latitante?”.
“Ecco, si. Questo volevo dire”.
“Beh, forse si. All’inizio questa era la versione ufficiale, ed anche la nostra idea. Ma poi dopo il processo, non ho più creduto a quella ipotesi.”
Indugiò, poi aggiunse in tono sommesso “E adesso che è passato tanto tempo, ci credo ancora meno”.
“Cioè, voi credete che…”
“In questi venti anni, gli altri sono ricomparsi tutti. Lui invece no. Nessun segno di vita”.
Ne seguì un silenzio condiviso, interrotto all’improvviso dallo squillo di un telefono, in un’altra stanza. L’uomo si assentò, scusandosi. E la moglie istintivamente lo seguì. Si dileguarono entrambi con affrettata solerzia. E con loro svanì, dietro la porta, tutta la tensione del momento.
Mentre era in attesa, Osvaldo si guardò intorno, facendo più attenzione ai dettagli.
Fu attratto da una data: 15 Marzo 1972. Era impressa in neretto a caratteri estesi, in una specie di pergamena con i bordi tricolore, appesa al muro solo col vetro, senza cornice.
Un riconoscimento? Un diploma? Da lontano non poteva dirlo con certezza, né aveva rilevanza. Ma quella data, su un primo momento insignificante, ad un tratto lo turbò. Il giorno prima aveva compiuto quarantadue anni. E si ricordava bene cosa accadde quel giorno.
Era tornato a casa nel pomeriggio, prima del previsto e senza avvisare. Aperta la porta del salotto senza pensarci, aveva sorpreso Mara e Rigo nell’atto di preparare qualcosa. Un lungo striscione, con due vecchie lenzuola appaiate. Rigo con un pennello colante di vernice nera in mano, Mara piegata sulla stoffa mentre disegnava qualcosa con un pennarello rosso.
Rigo allora aveva sedici anni. La mattina dopo avrebbe partecipato alla sua prima manifestazione di piazza.
Osvaldo si era già pronunciato, proclamando la sua contrarietà allo sciopero. Non è così che risolverete i vostri problemi, aveva detto al figlio.
Rigo invece non solo avrebbe partecipato a quello sciopero, ma sarebbe presto entrato nei comitati organizzatori di tutte le manifestazioni a venire, dal liceo fino all’università. Fino a quella fatale di sei anni più tardi, nel Luglio del ‘78.
Mara era sempre sua complice, lo appoggiava sempre. Mentre Osvaldo, per il classico gioco dei ruoli contrapposti che due genitori finiscono prima o poi con l’assumere, doveva sempre accollarsi la posizione del dissuasore. Che tra l’altro, a lui riusciva anche benissimo.
Quel giorno, aprendo la porta in quel modo violento, Osvaldo aveva rotto l’incantesimo, aveva rovinato tutto. Mara e Rigo, sorpresi nella loro complicità, avevano anche provato a celare il loro disappunto. Ma Osvaldo era ormai entrato nel loro segreto, senza preavviso.
Osvaldo serbava ancora il ricordo di una serata di tensione. Una cena passata a fingere di essere contento per il suo quarantaduesimo compleanno. Aveva trattenuto l’amarezza, nell’incrociare gli occhi di Rigo, la sua delusione, il suo giudizio. Rigo che, al contrario, si sentiva compreso e quindi accettato soltanto dalla madre. Per Osvaldo quel compleanno era stato sofferto. Si era sentito escluso, tradito. E perciò gli era rimasto impresso nella memoria.
Mentre ripensava a quell’episodio, ed al senso di colpa ancora vivo, fu ridestato dal rombo improvviso di un mezzo meccanico, proprio fuori dalla finestra. Riuscì a scorgere solo il polverone in strada, che un trattore forse si era trascinato dietro.
Subito dopo l’uomo fece ritorno e si riaccomodò sulla poltrona regale. La moglie, che si era anche lei assentata durante la telefonata del marito, tornò poco dopo, visibilmente provata. Col volto asciugato e un fazzoletto di stoffa stretto nel palmo della mano.
Dopo aver soffocato il singhiozzo per pudore, alla presenza di un estraneo, probabilmente aveva pianto di nascosto, in un altro angolo della casa.
Osvaldo pensò a quanto fosse sincero il pianto di chi piange in segreto.
Ma dopo l’interruzione, la discussione ormai non poteva più riprendere con la stessa intensità e intimità.
Parlarono ancora dei propri ricordi, per un po’. Poi al momento di congedarsi, era ormai quasi mezzogiorno.
Osvaldo ringraziò la donna per il sincero e gentile invito a fermarsi a pranzo, ma disse con grande educazione ed eleganza che preferiva rimanere un po’ da solo. Avrebbe mangiato un panino che aveva con sé e poi gli sarebbe piaciuto fermarsi a pregare, disse proprio così, nella chiesa che aveva intravisto, arrivando nella piazza del paese.
In realtà la chiesa era una bugia di cortesia, detta con garbo ma comunque una bugia. Per lui le chiese erano sempre stati solo i migliori posti dove sedersi per riposare e dove stare finalmente un po’ in silenzio. Solo questo, niente di più.
“Adesso vado. L’autobus per tornare al paese passerà tra poco.”
“Vi farebbe piacere, signor Osvaldo, fare visita al cimitero dove c’è nostro figlio?” esclamò inaspettato l’uomo, aggiungendo subito “Ma solo se per voi non è un problema”.
I due uomini si diedero appuntamento nella piazza del paese, nel tardo pomeriggio quando il caldo avesse concesso una tregua. Ci sarebbero andati solo loro due. La moglie fece un sommesso cenno di intesa.
La piazza del paese a quell’ora era semideserta per il troppo caldo.
Tra una decina di tavolini con ombrellone del Bar Centrale, scelse quello con un ombra più grande.
Ordinò un toast al formaggio e una gassosa con ghiaccio e limone. La ragazza parve contrariata. Forse s’aspettava qualcosa di più. Aveva un paio di occhiali da sole a fissarle sopra la testa i lunghi capelli lisci e neri, una fedina d’oro al dito ed un neo impercettibile sul labbro superiore.
Mentre contemplava i suoi capelli scuri, Osvaldo constatò la sua evidente tenera età. Eppur già ammogliata. La pelle delicata del viso e una fronte liscia e senza pieghe, contrastavano con i suoi occhi scaltri e disillusi.
Ancora un contrasto, pensò. Come il centrotavola bianco che sovrastava il grigiore di fondo. E gli tornarono in mente le pareti cineree. E tutte le foto. Ed il dolore sottaciuto di cui la casa traboccava. Un dolore con argini vacillanti, trattenuto affannosamente, che aspetta solo di esplodere. Il cui destino è simile a quello del tappo di sughero sulla bottiglia già spumeggiante.
Sentì la voce di un ragazzino, seduto ad un tavolino alle sue spalle.
“Scusami signorina, quanto costa un gelato nel cono grande, con la nocciola e il cioccolato, e con la panna sopra?” chiese deciso.
Osvaldo si voltò solo un poco, impercettibilmente, per non farsi notare. Vide la cameriera farsi cadere i capelli in avanti e poi risistemarseli sul capo sotto gli occhiali, fissare a lungo il giovane con diffidenza, e infine ripiegare nervosamente un tovagliolo di carta, trattenendolo tra le dita.
“Mille lire” rispose finalmente, seccata.
Il ragazzo ci pensò un po’. “E nel cono piccolo? Senza panna?”
“Ottocento”.
“Però ti devi sbrigare giovanotto! Che fa caldo e io devo lavorare”.
“Allora signorina, un cono piccolo e senza panna”.
La risposta fulminea del ragazzino non lasciò ad Osvaldo il tempo di capire, che già la ragazza era rientrata nel bar. Avrebbe potuto pagarlo lui il gelato, il più grande gelato che si potesse preparare. Altroché. Avrebbe dovuto rincorrere la cameriera fin dentro al bar, digrignarle i denti con sguardo sprezzante, riversarle addosso tutto il disappunto. Sarebbe andata così, un bel gelatone straboccante di panna servito al tavolo, una pacca al ragazzino e via.
Invece ancora una volta nella sua vita si trattenne. Rimase immobile al suo posto senza neanche voltarsi. Mummificato, imbalsamato. Ma stavolta non erano coraggio né indignazione a fargli difetto. Esitò perché su quella scena il fanciullo aveva dimostrato dignità e sfrontatezza, seppure espresse con innocenza infantile. Quello sbarbatello non aveva fatto una piega e con le sue ottocento lire aveva sfidato la quiete inerte della piazza.
Con la sua sfrontatezza, aveva squarciato il silenzio, come fa un tuono quando non ci si è accorti del fulmine.
“Allora signorina, un cono piccolo e senza panna”. Aveva detto proprio così. No, il piccolo scugnizzo non aveva bisogno che qualcuno prendesse le sue difese. Se la cavava benissimo da solo. E poi chissà, con quel caratterino, magari si sarebbe anche risentito.
Più tardi, Osvaldo si alzò, entrò nel bar, pagò il conto e uscì. Salutando freddamente. Con distacco.
Passò volutamente accanto al tavolino liberato pochi minuti prima dal giovane sbarbatello. Ben in vista, sotto un portatovaglioli d’acciaio satinato, riconobbe un biglietto da mille lire, dal volto della Montessori il cui sorriso contrito il vento aleggiava.
Capì subito, non c’era bisogno di calcoli. Sentì come un pugno improvviso nello stomaco, che gli tolse il respiro. Il ragazzino terribile le mille lire ce l’aveva eccome! Ma aveva voluto fare il galantuomo.
Nessuna remora stavolta. Doveva andare incontro alla cameriera, ed esprimerle rabbiosamente il meritato biasimo. Lei aveva mortificato un ragazzino, che invece l’aveva riverita come un servo la sua regina. E magari chissà, forse era segretamente innamorato di lei.
Anche stavolta però decise di desistere, perché a pensarci bene, si giudicò colpevole almeno quanto lei.
Era stato il mondo intero degli adulti a subire quella lezione da un ragazzino sfacciato, che aveva smascherato la sterile e sospettosa pochezza dei grandi.
Era colpa della diffidenza. La maledetta diffidenza degli adulti. Lei aveva offeso il ragazzo e lui, vigliacco, non era neanche intervenuto in sua difesa.
Mentre camminava amareggiato verso il centro della piazza, si guardò più volte intorno, alla ricerca del ragazzino. Avrebbe voluto chiedergli anche solo “come ti chiami?” o “quanti anni hai?”. Un segno di amicizia. Un piccolo segno soltanto. Per dirgli che gli adulti sono stati ragazzi anche loro. E certe cose le capiscono, anche se fanno finta di no. Maledetta diffidenza. Maledetta.
Continuò a camminare meccanicamente intorno alla piazza, accorgendosi solo di un passante che frettolosamente cercava di sottrarsi al caldo e al sole.
Ma quel ragazzino insolente era capitato lì per caso? Che ci faceva a quell’ora del giorno, e con quella calura afosa, da solo nella piazza e in un bar deserto?
Tutto così inverosimile.
Certo, poteva anche aver avuto un colpo di sonno, complice il caldo e la stanchezza. Magari seduto al tavolo, si era assopito. Anche solo per pochi minuti. E allora aveva avuto una di quelle sue solite interferenze, in cui sogno e realtà si sovrappongono. Quelle apparizioni che capitano nei sonni brevi, quando sei pur certo di essere sveglio anche se non lo sei. Visioni che paiono talmente reali che anche quando riapri gli occhi, credi ti sia successo davvero.
Era stato quindi solo un sogno? Non poteva saperlo. La piazza, il bar e perfino la cameriera con gli occhiali da sole tra i capelli erano là, adesso. Sotto i suoi occhi. Del ragazzo però, nessuna traccia.
Ma allora, se davvero era stato solo un sogno, chi era quel ragazzino, uno sconosciuto? O piuttosto un ricordo, strappato alla memoria, che era riemerso all’improvviso? Magari a rivendicare il suo conto non ancora saldato.
Ripensò alla scena del bar. Voltandosi solo leggermente, con garbo e fingendo disinteresse, era riuscito ad intravedere giusto due gambe mingherline sotto al tavolo. Due gambette gracili e sottili, le stesse di Rigo a dieci anni.
I pensieri cominciarono ad aggrovigliarsi l’uno con l’altro. Aveva dunque sognato ancora una volta Rigo? Non accadeva da tanto tempo. Era Rigo che voleva sapere quanto costa un gelato nel cono, con la nocciola e il cioccolato, e con la panna sopra?
Gli riaffiorarono in mente tanti ricordi. I ricordi di un padre che ha perduto l’unico figlio e che arde al desiderio di ritrovarlo. Per quanto tempo ancora?
Un susseguirsi di immagini nitide nella loro singolare staticità, ma confuse per la dinamica sfuggevole.
Le grida atroci di Mara nell’altra stanza, quel giorno. E lui con la testa addossata al muro, piegato in due dal non poter fare. E dal non sapere. Rigo che aveva rotto la girandolina del cuginetto, regalo della zia di ritorno da Parigi e che non si poteva ricomprare. E ancora Rigo in quella foto, in piedi sul sedile alla guida della Alfa Romeo 2000 Cabrio dello zio, color verde acqua di mare. Aveva tre o quattro anni?
E il Rigo a dieci anni, con le gambe mingherline, coi calzoncini corti e le calze abbassate sotto la fibbia dei sandali di cuoio, i suoi riccioli chiari fin sugli occhi. Il sorriso senza un dente, poi senza due, poi senza tre.
Il suo Rigo era sempre stato un bambino determinato. Non avrebbe chiesto mai un qualsiasi gelato al cioccolato. Lui sapeva sempre cosa voleva. Lui avrebbe voluto sapere quanto costa un gelato nel cono, con la nocciola e il cioccolato, e con la panna sopra.
Si tormentò, per non essersi voltato a guardare in faccia il ragazzino al bar. Ancora una volta, aveva perso un’occasione.
Quante volte Rigo aveva cercato la sua attenzione. Ma come aveva fatto a non accorgersi mai? La diffidenza degli adulti e l’innocenza dei bambini. Sono due cose naturali e distinte, eppure ne intuisce il legame solo un padre che abbia perso suo figlio. Quando il rimorso copre per sempre ogni speranza di rimediare.
Perché si trovava in quel posto così lontano da casa? Per incontrare quella povera gente e chiedergli perdono? Perdono per cosa, esattamente? Oppure per perdonare sé stesso, tentando di accomodare il presente, visto che il passato è così doloroso? O era lì per ritrovare Rigo, seguendone le tracce e i pochi indizi rimasti?
Forse tutto questo insieme, si rispose.
Ma continuò a camminare. E ad ogni passo un’altra immagine, un altro ricordo.
Rigo. Mara. La notizia della morte del carabiniere. La ricerca disperata di Rigo. E poi il trasloco dal centro città verso la periferia. Lo striscione bianco di Rigo e Mara, con quella scritta “La gioia di cantare, la voglia di sognare”, una frase così innocente da spiazzarlo, lui che invece aveva pensato a chissà quale pericoloso contenuto politico, concepito da un sedicenne ribelle viziato dalla mamma.
Doveva però ammettere che alla fine, il presagio avuto con il Rigo sedicenne che preparava lo striscione a scuola, si era rivelato fatale, quando sei anni dopo proprio in una manifestazione Rigo si trovò coinvolto in un fatto di cronaca.
Era una passeggiata di passi lenti e di pensieri toccanti, un muoversi intorno, senza tempo e senza luogo.
Finché, giunto per caso in una grande zona all’ombra del sole, in fondo alla piazza, la sua attenzione fu vinta da una visione inaspettata.
Senza ricordarsi come, si ritrovò in piedi affaticato, senza forze, ma incredibilmente rilassato, di fronte all’entrata di una chiesa. Una grande targa scolpita in pietra sul lato destro del maestoso portone centrale, riportava il nome di “Chiesa della Madonna del Buon Rimedio”.
Un nome certamente inusuale. Mai sentito prima. Ne fu incuriosito.
Le chiese non lo avevano mai affascinato particolarmente, né c’erano chiese al mondo che si potevano vantare di aver contato i suoi passi più di una volta.
Quella visione lo avvolse. Guardata dal basso, era una facciata imponente. Si avvicinò. In una nicchia semicircolare, accanto alla porta d’ingresso, faceva mostra di sé una minuta statua in pietra di tufo. Una donna con bambino. Rispetto alle dimensioni della cavità nel muro, la statua appariva sproporzionatamente piccola. La Madonna così voluttuosa e materna, piegata in un abbraccio avvolgente, era abbandonata in uno spazio enorme
e sproporzionato, che la relegava all’inadeguatezza, dandole una parvenza di ridicolo.
Osvaldo, annebbiato dalla stanchezza e dal caldo, non si accorse che i suoi pensieri avevano già cominciato a fantasticare. Pensò al costruttore che aveva ricavato la nicchia nel muro. Un ignorante, uno zoticone. Probabilmente invidioso della riconosciuta maestria del nemico scultore. Forse suo rivale in amore? Forse più ricco? Sicuramente baciato da maggiore ammirazione in paese. Aveva ricevuto l’incarico di realizzare una chiesa in onore della statua della Madonna. E si era vendicato così.
Mentre fantasticava incosciente su questa assurda storia, che gli appariva altresì irresistibile, sentì crescere la curiosità. Salì i quattro gradini, fece pressione sulla porta, in avanti e poi indietro. Era chiusa.
Sarà per un’altra volta, pensò non senza un filo di delusione. In fondo non era certo la chiesa, né tantomeno la Madonna, ad incuriosirlo. No. Piuttosto riteneva avvincente l’assurda storia dell’acerrima rivalità tra i due antagonisti.
Del resto, le questioni religiose non avevano mai suscitato interesse nella sua vita. Ma le cose degli umani, quelle eccome. Ed in quella icona, il potere dell’uomo rispetto a quello di Dio era straripante. Una cavità semicircolare sproporzionata, con al centro una statuetta schernita e irrisa, avevano decretato secondo lui la supremazia dell’uomo su Dio. Tanto più, ottenuta nel luogo a lui più sacro, inviolabile. Una chiesa.
Quante volte aveva cercato Dio. Quale immenso sollievo avrebbe tratto, se avesse potuto affibbiare a lui le colpe del dolore patito. Dov’era Dio quei giorno, venti anni fa?
La questione per lui non era mai stata quella di credere o non credere in Dio. Perché aveva imparato a convivere con la sua assenza. Come se non esistesse. Perché è di gran lunga più sopportabile sapere di non avere un padre, che sapere di averlo ma non poterlo incontrare né vedere. Quante volte, da giovane, aveva cercato Dio. In quante occasioni l’aveva invocato. Quanti libri, quante discussioni. In quanti modi aveva provato ad arrivare alla verità da una via teologica.
Una volta con Mara erano stati perfino ospiti di un convento. Ma mentre lei aveva vissuto quell’esperienza con grande spiritualità, lui invece aveva passato tutto il tempo aiutando i frati contadini nei campi, o in compagnia dei frati pastori, pascolando e mungendo capre dal pelo sudicio e puzzolente, oppure disquisendo coi frati artigiani sulle tecniche lavorative, o coi frati amministratori sui sistemi di organizzazione e autogestione all’interno del convento.
Pur sapendo benissimo di essere ospite nella casa di Dio, del proprietario non trovò traccia. Né, forse, lo cercò veramente. Aveva occupato tutte le ore disponibili a intrattenersi coi suoi inquilini.
Quando il sole scomparve dietro alla palazzina più alta della piazza, l’afa finalmente aveva lasciato il posto ad un leggero venticello di ponente. Le strade del paese avevano ricominciato a disegnare i loro ininterrotti movimenti di auto e passanti. La piazza tambureggiava coi suoi rumori di fondo.
Fu il momento dell’appuntamento. Davanti all’edicola, sul lato della piazza opposto alla chiesa, si salutarono con una cordiale stretta di mano. Osvaldo cercò di stringere più forte del solito. Poi si incamminarono verso il cimitero, seguendo dapprima una stradina secondaria.
Dal procedere lento dei passi, Osvaldo sentiva qualcosa di diverso nell’aria.
Il suo compagno di passeggiata sorrideva ed era molto rilassato. Meno ermetico. Probabilmente affrancato in questa occasione dalla presenza ingombrante della moglie, e dal suo dolore affogato nel silenzio.
L’uomo si lasciò andare anche ad un paio di rivelazioni intime, sul rapporto con lei dopo la perdita del figlio.
“Ma adesso certo, le cose sono diverse. Anche se però, certe cose sono proprio rimaste uguali. Ma che ci posso fare?” confessò l’uomo, guardando il compagno dal basso verso l’alto.
Osvaldo non capì a cosa si riferisse esattamente. Ma quello che non spiegavano le parole semplici e affaticate di quell’uomo, era invece chiarissimo a giudicare dalla trasformazione avuta rispetto al mattino. La
sua predisposizione al dialogo era sorprendente. La presenza di lei lo inibiva, ed evidentemente impediva all’uomo di assorbire il dolore e vincerlo.
In questa cosa, Osvaldo pensò di essere stato più fortunato, anche se l’aveva pagato caro. Rinunciare a Mara gli era costato tantissimo, ma aveva potuto dare libero sfogo allo strazio e al senso di colpa per la perdita di Rigo.
“Certo, capisco perfettamente cosa intende” affermò, come per consolarlo.
Continuarono a parlare, più con allusioni che con parole dirette. Ma fu un dialogo rilassato fra due uomini di una certa esperienza, sconosciuti ma confidenti per una sola passeggiata. Con la complicità di una fresca ombra del pomeriggio d’estate, che copriva totalmente il lunghissimo viale d’ingresso, in cui dominava il profumo di aghi di pino.
Superarono l’enorme cancello in ferro battuto all’ingresso, aperto solo sul lato sinistro. La parte anteriore del camposanto era completamente ricoperta di verde e fiori colorati dappertutto. Il marmo bianco delle lapidi interrate rimandava caldi riflessi di luce pomeridiana, che penetravano naturalmente tra le pietre chiare dei muri a secco e nelle venature del lastricato, dando vita a fasci di luce dalle mille cromature. Un inaspettata fusione di profumi, luce e colori.
Salendo una grande e ripida scalinata, raggiunsero una cappella di recente edificazione, dove notò un architrave di cemento grigio sulla porta, ancora da intonacare.
L’uomo estrasse dalla tasca una chiave di ferro battuto e aprì la grata.
“Prego, entrate prima voi” sussurrò, aprendo il passaggio.
Osvaldo fu colto di sorpresa dal quel gesto di riguardo, che lo metteva in una imprevista esposizione.
Ma, seppur esitando sulla soglia un attimo di più, entrò per primo.
L’uomo indicò una foto in alto. E da quel momento e per molti minuti, fu solo silenzio.
Anche il respiro di Osvaldo si fermò. Le braccia, le gambe, la salivazione.
Rivide nella foto sepolcrale del giovane carabiniere lo stesso identico sguardo spaesato della foto in casa e di quella sul giornale. E ne rimase turbato. Quell’espressione impaurita che accomunava le tre foto, non trovava però corrispondenza con alcuna delle altre fotografie affisse ai muri di casa. Sembravano tre copie della stessa foto, o tre scatti della stessa sequenza. Se non fosse per una diversa lunghezza delle basette e per altri piccoli dettagli, che indubbiamente separavano i tempi delle foto e sconfessavano qualsiasi relazione tra loro.
Ma tant’è. Erano gli stessi occhi spaesati, in cui aleggiava la condizione stessa dell’inadeguatezza. Occhi di assenza.
A guardare sopra la fronte del ragazzo, il berretto istituzionale, vi era una contraddizione evidente. La fierezza sopra, la paura sotto.
Fissò a lungo la sua data nascita. Millenovecentocinquantasei. Lo stesso anno di Rigo. Avevano la stessa giovane età. Un futuro ancora da scrivere. Che invece non superò il millenovecentosettantotto. Ventuno anni.
Davanti a quella mesta nicchia cimiteriale, Osvaldo si interrogava.
Perché così tanti giovani del Sud dentro alle divise. Solo casualità? Vocazione? O piuttosto necessità e inevitabilità?
Una scelta professionale così impegnativa e onerosa, dover sottostare ai soprusi di una struttura gerarchica intollerabile. La nostalgia, la lontananza. E in cambio, soltanto, un futuro appena più sicuro.
Non era difficile intuire quanto assurdo fosse stato il destino di quel ragazzo.
Una gelida fatalità si era compiuta, cieca e inesorabile. Con una traiettoria impazzita, seppur accidentale, aveva scelto la sua vittima sacrificale. Un protagonista involontario, una vittima inconsapevole.
Il padre del ragazzo, finita la preghiera, rialzò la testa. Fece il segno della croce e si spostò due passi indietro, verso di lui.
Osvaldo rimase fermo e silenzioso. Non poteva certo pronunciare parole, che fossero conseguenza dei pensieri che lo avevano accompagnato.
Riuscì solo a balbettare: “Dev’essere stato un dolore immenso”.
A quel punto l’uomo, come se non aspettasse altro che un cenno, fece un gesto inaspettato, ma di una umanità e di una misericordia che lo lasciarono senza respiro. Con delicatezza prese la mano destra di Osvaldo, tra le sue. Senza proferire parola.
I due non si guardarono. Rivolsero entrambi il proprio sguardo verso il povero ragazzo. Rimasero così a lungo. Stringendosi le mani con affettuosa partecipazione.
Sentirono uno la pena dell’altro. Parteciparono uno al dolore dell’altro. Senza parole. Solo con la smisurata eloquenza di un contatto.
Infine, come fosse il gesto più naturale del mondo, si strinsero in un lungo e muscoloso abbraccio. E fu l’abbraccio di due uomini soli. Di due padri. Nessuno, che non avesse avuto figli, avrebbe potuto abbracciare in quel modo.
Si congedarono dal giovane, rivolgendogli un ultima breve, silenziosa preghiera.
Scendendo la lunga scalinata, un improvviso e leggero vento di brezza sembrò voler cancellare in un colpo il dolore e i sensi di colpa.
Osvaldo sentiva le ginocchia poggiarsi senza forza sui gradini. I suoi pensieri angosciosi e tortuosi si erano finalmente disciolti, inondati finalmente da una vigorosa e accecante luce, che tutto spiegava e tutto risolveva.
Scendeva le scale con inerzia. Un’inerzia e un abbandono che gli ricordavano l’infanzia, quando nelle giornate estive di mare mosso, si faceva il gioco dello strascico. Ci si sfidava abbandonandosi inermi e galleggiando sul rigonfiamento delle onde, cercando di lasciarsi trascinare il più possibile, fino a riva. Una bellissima sensazione. Si riusciva a percepire la forza del mare, attraverso le correnti inarrestabili che mandavano l’acqua in subbuglio. Un massaggio lieve e irresistibile. Lo stesso gioco che a Rigo da piccolo non riusciva granché. Perché le onde attraversavano la sua magrezza, senza dargli spinta sufficiente.
Adesso, dopo aver immerso i propri pensieri nel felice ricordo dell’innocenza, tutto gli apparve all’improvviso così incredibilmente chiaro.
Ciò che la storia di un ventennio di silenzi non aveva saputo aggiustare, un abbraccio tra due padri aveva risolto per sempre. Quell’incontro aveva restituito l’innocenza ad entrambi, ed il perdono aveva riscattato le colpe originali.
Osvaldo per tanto tempo aveva sopportato il terribile peso del giudizio. Aveva sentito sulle proprie spalle il fardello di decine, di centinaia di padri orfani dei figli.
Ma adesso finalmente non si sentiva più solo. Idealmente aveva portato al padre del giovane carabiniere l’abbraccio di tutti i padri del mondo. E quel gesto gli aveva restituito anche Rigo.
Ora finalmente, i due ragazzi avrebbero riposato in pace.
Quando arrivò di nuovo in piazza, era ormai sera.
Si avvicinò alla bacheca di legno sul lampione, per accertarsi dell’orario di partenza dell’autobus. Mancavano ancora quarantacinque minuti.
Trovò una comoda seduta sul bordo di una piccola fontana in pietra. Da lì, poteva vedere tutta la piazza, con le sue caratteristiche illuminazioni notturne, che dipingevano ombre e strane figure, avvolgendo i corpi in movimento.
Distese le gambe per stirarsi. Sentiva male ai polpacci ed alle caviglie. Aveva percorso distanze davvero insolite. Nella testa rimbalzava lenta l’eco dei rumori nella piazza. Un transito stanco di auto trascinate verso casa. Le luci ammansite della sera, le ombre pigre, quelle forme confuse in movimento. Cercava di resistere, con una affannosa veglia, all’assopimento.
Ma anche se le sue fatiche avevano infine trovato sollievo, e nonostante anche la mente fosse in uno stato di abbandono e di grande calma, gli parve di non riuscire a rilassarsi del tutto. Anzi, al contrario, sentiva
risalire nello stomaco una crescente e incomprensibile tensione. Come se avesse dimenticato qualcosa, o l’avesse lasciata in sospeso.
Un brusco suono di clacson, seguito da un bagliore frontale di luci accecanti, lo ridestò da quello stato di torpore, misto a sonnolenza.
E fu a quel punto che, risvegliato da un sonno indolente, fu investito da una sequenza di immagini, tra memoria e presente, che gli aprirono lentamente la mente verso una considerazione.
Da quando aveva messo piede in quel paese straniero, aveva incrociato solo sguardi tristi e malinconici. Tutti i corpi che aveva potuto guardare nella loro interezza, gli erano sembrati affaticati. Corporature muscolose. Di lavoratori, contadini, operai, garzoni, commessi, bariste.
Una comunità di gente triste che lavora soltanto. Si chiese se fossero tristi perché lavoravano soltanto o se lavorassero soltanto perché erano tristi. E si rispose che paesi così tradizionali e conservativi, fuori dalla portata turistica e perciò necessariamente sempre ai margini del cambiamento, dovevano per forza vivere di ricordi, di memorie delle cose passate. Poco presente e nessun futuro. Solo ricordo e nostalgia.
Dalla sua vita aveva invece imparato che il ricordo dei momenti felici non dà mai felicità. Al contrario, il ricordo del dolore è ancora dolore.
E pensò alla casa ammantata di fotografie del carabiniere scomparso. A quel dolore così enfatico, plateale. Gli occhi del carabiniere nella foto. La sua paura negli occhi. Occhi che raccontavano il disagio. La disperazione di dover patire una professione senza vocazione.
E si vergognò per aver disprezzato per tanto tempo tutte le divise del mondo. Di aver creduto davvero che ci si arruolasse per una libera scelta di vita. Aveva maledetto quei giovani esaltati, ignoranti, quelle divise senza umanità.
Ma in quel paese sconosciuto aveva respirato l’innocenza primordiale del diciottenne senza futuro, la stessa innocenza ideologica che aveva sempre riconosciuto a suo figlio.
No. Adesso finalmente aveva capito. Nessuno dei due era stato il carnefice dell’altro. Erano stati entrambi vittime. Erano solo due ragazzi. Sognatori,
sinceri, disperati. Innocenti. Vittime dello stesso invisibile carnefice, la diffidenza e l’indifferenza con cui il mondo adulto umilia e maltratta i suoi figli. Come al bar, il ragazzino dalle gambe mingherline.
Rimanevano ancora venticinque minuti, quando Osvaldo si accorse che le porte della chiesa erano aperte. Un autobus lo avrebbe riportato al treno e da lì fino a casa.
Con passo deciso, arrivò davanti alla porta d’ingresso. Si voltò indietro verso la fermata dell’autobus. Poi senza esitazione, si trascinò fin dentro.
Osservò per un attimo lo scarno altare della chiesa, ancora addobbato di fiori bianchi, forse per un matrimonio celebrato i recente.
Procedendo sul lato destro, si trovò di fronte a una grande statua della Madonna. Se l’aspettava così. Enorme e imponente. Il giusto riscatto per l’affronto subìto nella nicchia all’esterno.
Fu una visione intensa e profonda. La fissò per un po’. Accanto alla statua, incorniciata nel marmo, vide una lastra di bronzo su cui era incisa una preghiera. Leggendola, in più tratti ritornò con la mente ad alcuni eventi della sua vita negli ultimi venti anni. Ma solo per veloci fotogrammi, subito occultati dalla bellezza delle parole.
“O Vergine potentissima nostra Signora del Buon Rimedio, Figlia carissima del Padre, dimora verginale e Madre del Verbo incarnato, Sposa amatissima dello Spirito Santo, tu hai portato al mondo il rimedio supremo. Posa il tuo sguardo di compassione sull’umanità sofferente, ascolta le nostre suppliche. Portaci nel cuore il tuo Gesù, rimedio sovrano per tutti i nostri mali e donaci di poter camminare sempre alla Sua sequela.
A tutti, o Madre del Buon Rimedio apri il tuo cuore perché tutti attingano alla pienezza del tuo amore e della tua misericordia, lo schiavo la liberazione, il malato la salute, l’afflitto la consolazione, il peccatore il perdono, il giusto la grazia, l’angelo la letizia.
Invochiamo il tuo rimedio e la tua protezione.
O Dio nostro Padre che nel tuo disegno di amore per mezzo della Vergine Maria hai portato il rimedio al genere umano, aiuta anche noi che
imploriamo il tuo paterno patrocinio in tutte le nostre necessità e concedici di giungere alla gioia eterna del Cielo.
Per Cristo nostro Signore, Amen”.
Volle rileggere quelle parole ipnotiche. Il peccatore, il perdono. Il peccatore, il perdono. Il peccatore. Il perdono. Hai portato il rimedio al genere umano. Il rimedio.
Cos’altro che il rimedio? Cosa l’aveva spinto fin lì? Cosa stava cercando che dopo venti anni ancora non aveva trovato? Il rimedio. Il perdono.
Rimedio al peccato commesso dal figlio? Forse. Come poteva dirlo con certezza? Perdono dai genitori della vittima? Certamente si.
Sentiva dentro di sé, all’improvviso, un rimedio ed un perdono più grandi. Il suo essere padre. L’aver perso il figlio. Un bambino. L’aver dubitato di lui. La colpa di non averlo protetto.
Questo era il perdono più grande. E lo stava chiedendo al figlio, lo stava implorando.
Il perdono per non essere stato il padre che avrebbe voluto. Il perdono per non aver capito quello che un padre doveva capire.
Il rimedio. Era stato questo il suo viaggio. Era andato in quel posto a cercare suo figlio, e l’aveva trovato negli occhi di quella gente senza speranza, nella purezza primordiale di quel ragazzino al bar, negli occhi impauriti di un giovane carabiniere.
Uscì nella piazza. L’autobus era già in moto. Prese posto. L’autobus partì. Lui era seduto al finestrino.
Visto da lì, da quel metro e mezzo di altezza, quel piccolo paesino non gli apparve più come l’aveva visto fino a quel momento. Né inerte e silenzioso come quel centrotavola, né disincantato, come la ragazza con gli occhiali da sole tra i capelli.
Adesso tutto gli appariva sotto una luce diversa. Un luogo originario, di una bellezza e di una ricchezza primordiale. Il luogo dove comincia tutta la storia degli uomini. Dove l’uomo tornerà, alla fine del viaggio. E da dove ripartirà.
Fu una sensazione metafisica. Trascendente. Divina, forse? Aveva finalmente trovato Dio? O al contrario, cercando Dio, aveva ancora una volta trovato l’Uomo, confutando l’esistenza di Dio e stavolta per sempre?
Sentì dentro il proprio respiro un’aria nuova. Un’aria pura. Come da una finestra appena aperta dopo il temporale.
Guardò ancora quella piazza non più straniera. Poi rivolse lo sguardo al cielo, dove le stelle quella sera sembravano molto più grandi e molto più brillanti. Le rimirò attraverso il vetro per tutto il tragitto. E fu un lento, piacevole, rilassante viaggio di ritorno.
Il treno lo portò fino a casa. Il rimedio, fino alla fine dei suoi giorni.

I vostri commenti