L’immensità

“Papà, perché nelle mie foto da piccolo tu non ci sei mai?”
Eccola dunque, la domanda che ho sempre temuto. Arrivata così, a tavola. Senza preavviso.
“Ma sì che ci sono. E poi lo sai, io sono quello che fa gli scatti e anche i video, no?” ho provato a difendermi. Lui impalato a fissarmi, poco convinto.
La verità è che davvero io nei suoi primi tre anni non c’ero. Non avrei potuto, anche volendo. Ma lui non può capire. Non ancora.
Verrà il giorno in cui potrò raccontargli la mia storia. Dall’inizio.
Io sono nato figlio unico che mia madre aveva quarantadue anni, e mio padre cinquantatre. Ormai neanche ci speravano, dopo due nati morti.
In casa non c’erano mai. Erano contadini, anzi braccianti.
I braccianti coltivano la terra degli altri, che li pagano a giornata. Loro lavoravano tutte le ore di luce, tutti i giorni. Nei campi, col freddo gelido o col sole torrido. E se pioveva, trovavano da fare nei granai, o nelle stalle.
Io mi vergognavo di loro. Servi e ignoranti. Volevo essere diverso, io.
I miei amici avevano tutti qualcuno a casa, che a pomeriggio li obbligava a fare almeno un po’ di compiti. Certi andavano anche al doposcuola.
Io invece ero libero. Dopo la scuola, vivevo per strada fino a sera tardi.
Qualche disperato, ripudiato o abbandonato come me, lo trovavo sempre. Stavo con chi c’era, anche se erano sempre più grandi.
La strada era tutto per me, la mia vera casa. Ascoltavo i racconti dei grandi. Credevo ai proverbi della gente del paese. Non immaginavo e non vedevo altro.
Cominciai a rubare perché lo facevano in tanti. Non trovai motivi per non farlo anche io.
Era divertente. La sera tardi la passavamo a ridere e a raccontarci le imprese. Il fruttivendolo, il tabaccaio, il venditore cieco di ceri al cimitero, la cassetta delle offerte in chiesa. Soldi facili.
Ero nella Chenga del Fosso, la banda più temuta del paese. Il nostro ritrovo, dove facevamo i nostri commerci, era la cava abbandonata nella periferia del paese.
Dovevi affrontare imprese pericolose, per guadagnarti il rispetto. Io non avevo paura di niente e di nessuno, e non mi facevo scrupoli.
Mi chiamavano Cencio, per come mi vestivo. Ma ero fiero di me, quando guardavo i ricchi benvestiti, con quegli abiti lucidati e senza sfregi. Avevo spalle larghe, muscoli forti e parlavo poco.
A scuola non ero tra quelli peggiori. Le cose le capivo, solo che non mi interessava niente.
Però facevo disegni. Sui fogli, sui diari, sui cinturini, sui banchi, dovunque.
Lasciavo disegni sui muri del paese, quando dovevamo rivendicare le nostre malefatte. Lasciavo ogni volta un disegno diverso, con la firma sotto: “Chenga del Fosso”.
Non arrivai alla terza media, lasciai la scuola, scelsi la strada. I miei furono sollevati dalle spese e dalle responsabilità, perciò non dissero e non chiesero niente.
Poi arrivarono gli anni ottanta. I ragazzi cominciarono a vestirsi alla moda, a portare giubbotti imbottiti e giacche colorate. Tranne noi, che tenevamo giacconi di pelle finta o giubbotti di jeans consumati. Mi sentivo orgoglioso di come mi vestivo, e mi piaceva essere chiamato il Cencio.
Le ragazze, soprattutto quelle ricche, non ci guardavano neanche.
Così, con loro usavamo altri mezzi. Quando uno di noi ne puntava una, facevamo in modo che nessuno le si potesse avvicinare. E siccome tutti ci temevano, di coraggiosi neanche l’ombra. Bastava un avvertimento. Anche se, ogni tanto ci voleva una ripassata.
E alla fine la ragazza, isolata, per non essere da meno con le sue amiche, si rassegnava e si concedeva al suo protettore, unico pretendente.
Eravamo sistemati tutti, questo stratagemma funzionava bene.
Con le donne facevamo i duri. Più le trattavamo male, più loro si attaccavano a noi. Credevamo di essere maschi, invincibili. Non c’era ragazza che poteva resisterci.
Allora non immaginavo, come so adesso, che era solo paura, la loro.
Quando conobbi Laura, mia moglie, avevamo sedici anni io e quindici lei.
Era diversa dalle altre. Lavorava alla fabbrica delle tomaie. Non aveva tempo per stare in strada dietro alle altre. Con lei le mie guapperie non funzionavano.
Una domenica mattina, all’uscita dalla chiesa, provai a bloccarla con prepotenza, mente passeggiava con le amiche. Lei mi fissò con disprezzo e mi disse:
“Non mi fai paura. Io ti conosco. So chi sei. E non sei per niente come dici di essere.”
Pensai a quelle parole per settimane. Non la cercai più per giorni, per orgoglio. O forse per timore. Per precauzione, dissi ai miei amici di fare piazza pulita intorno a lei. Chiunque anche solo la guardasse da lontano. Doveva essere mia proprietà.
E poi mi appostavo. La guardavo di nascosto che tornava a casa dalla fabbrica, muta, senza alzare la testa.
Un sabato pomeriggio, durante la processione, me la ritrovai di fronte, sulla strada del Santuario.
“Lo sai che come ti vesti fai davvero schifo?” mi sbatté in faccia.
Ci rimasi male, ma non risposi. Lei alzava la testa, ti fissava e sfiatava giudizi, poi abbassava lo sguardo e non ti lasciava replica.
Io non avevo fratelli né cugini, per farmi imprestare vestiti nuovi. Allora cominciai a lavorare, a tempo perso, nell’officina del Guardiano.
Così finalmente mi comprai dei vestiti e mi tagliai i capelli a zero, per sembrare più pulito.
L’aspettai all’uscita della fabbrica. Passò mentre mi accendevo una sigaretta. Mi misi a camminarle accanto, senza parlare e senza neanche sfiorarla. E cominciai a farlo tutti i giorni, fermandomi poco prima di svoltare sulla strada dove abitava. Io ogni tanto parlavo, lei ascoltava, forse. E basta.
Il primo bacio glielo rubai sulle strade di campagna, dove l’avevo portata con la scusa di farle vedere il guasto alla Centrale dell’Acqua.
Anche dopo quel giorno, non parlavamo quasi mai. Era la mia ragazza, non c’era molto altro da dire.
Non fui il solo ad accasarmi. Anche gli altri si erano dati da fare.
La sera ci incontravamo tutti al Mortorio, il bar che avevamo ribattezzato così, perché da una vita tutti gli avventori aspettavano qualcosa che non succedeva mai.
Io arrivavo tra i primi, dopo di me il Cicala, il Gemello, e gli altri.
L’ultimo era sempre il Poeta. Arrivava strombazzando, con la 127 Special color granata. Salivamo in cinque o sei. Andavamo su per i sentieri deserti della collina, a pisciare sotto il cielo stellato che sembrava di velluto. E a fumare.
Per ore e ore, imbucati in macchina, i nostri pensieri dormivano sepolti dal fumo amaro e dal vapore condensato sui finestrini chiusi, mentre nello stereo i Cure o Siouxsie o i Bauhaus suonavano nelle nostre teste come marce funebri, a squarciare il silenzio dentro ognuno di noi.
Poi verso l’una, il Poeta si risvegliava e cominciava a sparare puttanate sul senso della vita, su come lo stato ci fotteva con i Bot, con le pensioni o con il canone della Rai. Fino a quando si risvegliava anche il Cicala, che iniziava coi dettagli della scopata della sera prima. Allora il Gemello lo sfotteva, il Cicala s’incazzava e finiva lì, come tutte le sere, prima che il Poeta ci riaccompagnasse tutti a casa.
Poi ci fu un periodo in cui in paese cominciarono a girare personaggi loschi, che venivano dalla città tutte le sere, con macchine scure e lucide, in cerca di affari.
Noi eravamo la Chenga del Fosso, e capimmo subito che cercavano noi.
Così qualcuno cominciò a sniffarla. Ci convinsero con le possibilità del guadagno. E davvero, lo ricordo bene, quando cominciammo a spacciarla ci tirammo su parecchi soldi. Era la svolta che stavamo aspettando da sempre.
La prima volta mi bucai nella 127 del Poeta. Lo fece lui per primo, dopo il Cicala, poi toccò a me. Il Gemello quella sera non si fece trovare. Lui si battezzò due giorni dopo.
L’eroina ci fregò a tutti perché non la conosceva nessuno. Si diceva che non era una droga. Che erano stati i tedeschi della Bayer a inventarla. Che era un farmaco, un antidolorifico, e non una droga.
Ed era vero, ci metteva sette secondi esatti, e ti faceva passare tutti i dolori, le sofferenze, i problemi. Spazzava via tutto. Il flash era sollievo, era pace, era benessere. Ti sentivi fuori da tutto. Nell’immensità. Niente e nessuno poteva più farti male.
Fui subito travolto. Nel cervello avevo solo lei.
Dopo un po’, non l’ho voluta più spacciare. Mi facevano pena tutti quei morti viventi, sbandati, che venivano a chiederti credito ogni sera. Non sopportavo più di vedermeli addosso, imploranti e appiccicosi, come se io fossi meglio di loro.
Ma non avevo fatto bene i conti. Rimasi presto senza una lira. E non sapevo cosa fare. Così cominciai a rubare con regolarità. Andavamo fuori paese a rubare autoradio. Se capitava, anche vespe e motorini. Nell’officina del Guardiano, di notte li smontavamo pezzo per pezzo.
Ma i soldi non bastavano mai.
A casa trovai il posto dove i miei tenevano un fazzoletto avvolto, con dentro banconote grosse, risparmi. Quando se ne accorsero, dopo neanche due settimane, avevo già dilapidato tutto.
Così cominciammo a rubare nei negozi, di notte. Trovavamo pochi soldi in cassa. Allora prendevamo la merce e la portavamo in città, al Teatrino, dove il robivecchi ritirava tutto, in cambio di una miseria. Giusto quanto ci serviva per una sera. E così il giorno dopo, dovevamo rifare tutto daccapo.
Eravamo così strafatti da pensare di essere invisibili, convinti che nessuno in paese sospettasse niente. Non ci accorgemmo mai che tutti invece sapevano.
Anche i Carabinieri. Loro conoscevano le nostre famiglie e non fecero mai niente, per non dare dispiacere.
Tutti sapevano, ma ci lasciavano stare, perché non avevano idea di cosa fare. Nessuno gli aveva spiegato e nessuno gli sapeva dare consigli.
Le nostre famiglie si chiudevano in casa, per la vergogna.
L’eroina i morti ha cominciato a farli molto tempo dopo. All’inizio ci faceva comodo pensarla come una moda. Così come era arrivata, presto un giorno se ne sarebbe andata.
Io ero sicuro che Laura non sospettasse niente. Quando ero a ruota, in paranoia, le dicevo che avevo problemi a casa o sul lavoro in officina. Lei abbassava la testa rassegnata, e non diceva niente.
Un pomeriggio però venne a cercarmi a casa.
“Ti devo parlare” mi disse, sulla porta.
Pensai volesse lasciarmi. Non sapevo cosa dire. Decisi di prendere tempo.
“Adesso ho da fare. Aspettami stasera al solito posto” risposi con freddezza.
Ero stravolto, forse mi aveva scoperto. Fino a sera feci mille ipotesi diverse. Tutte, eccetto una.
“Sono incinta” mi disse appena arrivai all’appuntamento, con la testa bassa come per scusarsi.
Eri proprio tu, Andrea. Stavi lì, nella pancia, già da due mesi.
Rimasi sconvolto. Io, un figlio?
Mi lasciai prendere dal panico. Non ci volevo pensare. Mi chiusi in me stesso. Non ne parlai con nessuno. Passavo tutto il giorno come un fantasma. Aspettavo solo la sera. L’eroina era il mio unico sollievo.
Volevo bene a Laura, ma quella cosa che si portava dentro mi metteva paura. Non ero pronto. Ero terrorizzato, schiacciato dai sensi di colpa. Non mi sentivo all’altezza. Non mi meritavo una cosa così preziosa. Forse un giorno, ma non in quel momento.
Non vedevo via d’uscita. Mi sentivo incastrato. Volevo solo distruggermi. E non mi sforzai più di stare a nascondere il mio segreto.
“Non puoi farmi questo. Così per noi è la fine. Te ne rendi conto?” mi disse Laura inviperita, col sangue negli occhi, di lì a qualche giorno, dopo che la sua migliore amica, la fidanzata del Poeta, le aveva rivelato il segreto di tutti noi, i ragazzi della Chenga del Fosso.
Non ebbe la forza, o il coraggio, di cacciarmi via, di cancellarmi dalla sua vita. Non in quello stato. Mi amava, disse. E non mi avrebbe abbandonato.
Oggi posso dirlo con certezza, è stata lei la mia salvezza.
Adesso capisci, Andrea, perché ripeto sempre quella frase?
“Tua madre mi ha salvato la vita!”.
Anche se, non puoi ancora capire cosa intendo davvero.
Per qualche mese, nonostante avessi cercato di convincerli tutti, non ero riuscito per niente a mettermi da solo sulla buona strada. Ogni tanto sparivo per qualche ora.
Laura era già al settimo mese e aveva un pancione tondo, appuntito verso il basso. Un maschio di sicuro, dicevano sua madre e le zie.
“Speriamo che non sia come il padre” avranno pensato centinaia di volte.
Fuori, i giudizi sentenziosi della gente, i loro sguardi silenziosi, mi pesavano come macigni.
Finché un giorno, Laura prese la sua decisone.
Fece tutto da sola, dopo aver parlato col prete.
I suoi zii vennero a prendermi dov’ero di solito tutti i pomeriggi, dentro al Frantoio, un edificio abbandonato del paese vecchio. Mi trovarono accartocciato nel sudore, perduto nel mio sonno artificiale.
La mattina dopo arrivai in un posto sconosciuto, in aperta campagna. Piegato in due dal dolore ai reni, dovetti attendere molte ore, prima che qualcuno venisse ad aprirci il cancello.
Non ricordo niente di quei primi giorni. C’è tanto buio nella mia testa.
Grida lancinanti, pelle strappata e graffiata, sudore freddo nei muscoli, crampi dappertutto, ghiaccio negli occhi, aghi che mi pungevano nel fegato, fitte acute, contrazioni, spasimi, fin dentro le gengive.
Ansimavo. Sudavo. Sentivo il dolore ai polsi, il rumore di catene arrugginite.
Ero solo, solo come non lo è mai nessuno.
La luce, invece, me la ricordo benissimo. Una mattina di primavera mi portarono finalmente all’aperto, spingendomi su una sedia a rotelle. Avevo i muscoli atrofizzati, non sentivo le gambe.
Mi lasciarono da solo, su un balcone. Davanti a me una distesa verde profondissima, un’esplosione di luce senza fine, con un unico argine, il profilo delle colline all’orizzonte. L’aria pungeva di pulito. Il sole diretto in faccia, accecante.
Rivedevo la luce. Era un miracolo. Come l’istante prima di uscire dal grembo di mia madre.
Allora capii che era proprio così. Stavo nascendo di nuovo. Un bambino.
Sentivo suoni nuovi, così silenziosi che mi sembravano assordanti. Dalle narici mi entravano nei polmoni profumi che mi pungevano la gola. Era bellissimo, anche se la luce era accecante, anche se non riuscivo a respirare, a sopportare la bellezza e la pace che mi esplodevano dentro.
Nei giorni successivi mi ritrovai a pensare cose nuove, a fare discorsi che non avevo mai fatto. Parlavo di tutto con tutti. Rimanevo incantato da me stesso, sentendomi pronunciare parole che non avevo mai usato prima.
Cominciai anche a leggere. Fumetti, riviste, qualche manuale per il faidate, niente di eccezionale. Ma per me era una vita nuova.
Camminavo tenendo alti la testa e lo sguardo e guardavo i tetti di tutte le stanze. Lo facevo per la prima volta, nello stesso posto che mi era sembrato così cupo e opprimente, schiacciato com’ero dai miei sensi di colpa.
Mi accorsi che non ero solo, non era successo soltanto a me. Eravamo in tanti, ad essere nati di nuovo.
Era facile distinguerci. Da fantasmi immobili che eravamo stati, adesso ci muovevamo in continuazione dentro agli spazi, come volando sopra le nostre ombre, che faticavano a starci dietro.
Tra di noi, a volte ci guardavamo l’un l’altro, muti. Invece delle parole, ci regalavamo sorrisi compiacenti che dicevano tutto. Eravamo fratelli, usciti dallo stesso grembo, venuti al mondo dalla stessa straziante sofferenza.
Non si potevano ricevere visite, il primo anno. Dal secondo, Laura poté venire solo una volta ogni tre mesi.
Però ci scrivevamo. Ci scrivevamo tante parole quante non ce n’eravamo mai rivolte, nei pomeriggi silenziosi a passeggiare, ragazzini in paese.
E mi facevano piangere ogni volta, le sue lettere. Cominciavo a leggere e scoppiavo a piangere. Mi fermavo, poi ricominciavo dall’inizio e scendevano ancora lacrime.
Le lettere sembravano scritte ad un altro, non a me. Io non le meritavo, avevo solo distrutto la mia vita, la sua e quella dei pochi che mi erano stati appresso.
Mi asciugavo gli occhi e pensavo che se quelle erano lacrime vere, come lo erano, forse per me c’era ancora qualche speranza.
Eri nato in ospedale di notte, Andrea.
Sarà stata una di quelle notti gelate in cui stavo ingobbito nel letto a tremare, sveglio fino all’alba, a riguardare tutta la mia vita proiettata su un muro bianco, dove scorrevano i volti di tutti quelli con cui mi ero battuto, mentre dal soffitto sentivo colare sul lenzuolo, come gocce spietate, le lacrime di mia madre.
Penso alla notte in cui sei nato e mi sento squarciare nella testa la voce sgolata di Laura durante il parto, a gridare il nome di me che non c’ero.
No, Andrea. Non ero io, era lo zio a riprenderti con la telecamera, il giorno del tuo primo compleanno. Papà era in un posto lontano, un luogo che non ha nome né geografia.
Ero in un posto dove si lavorava duro, tutto il giorno. Per uno scherzo del destino, ero finito dove forse la mia vita avrebbe dovuto piuttosto cominciare. Nei campi, ad affondare le scarpe nel pantano come mio padre, o a raccogliere patate con la schiena spezzata, come mia madre. A spalare letame, a dare fieno ai cavalli o avanzi ai maiali.
Ma ero sereno. In questa nuova vita, non mi vergognavo più e la fatica non mi pesava.
Avevo finalmente una casa. La strada invece, dove avevo trascorso tutti i miei anni, non esisteva più. Era diventata per me solo un tragitto, che unisce un posto di partenza con uno d’arrivo. Avevo quindi una casa. E quando uscivo la mattina, sognavo di tornare la sera dai miei fratelli. Mi sentivo protetto e al sicuro, al riparo da tutto.
E non mi sentivo più solo, neanche quando ero da solo.
Per tre anni il pensiero di te e di tua madre ad aspettarmi, mi ha tenuto attaccato alla vita. Volevo riuscire a meritarmi un’altra occasione. E lavoravo duramente, fino al limite delle mie possibilità. Mi massacravo di fatica, perché il mondo mi osservasse e potesse un giorno accettare di estinguere il mio debito.
Portavo sempre con me una tua foto, Andrea.
La mostravo orgoglioso a tutti, come se davvero avessi qualche merito da vantare.
In dormitorio c’era un mangianastri. Io avevo una cassetta tutta mia. All’inizio del lato B c’era una canzone che ascoltavo sempre, quando mi dimenticavo il senso di quello che stavo facendo. Allora cantavo, e gridavo furibondo dentro di me quelle parole:

“Sì, io lo so, tutta la vita sempre solo non sarò
un giorno troverò, un po’ d’amore anche per me
per me che sono nullità, nell’immensità”

Quelle parole rimbombavano dentro la mia testa, tra le mura sorde, dentro ai silenzi.
Io che l’amore vero non l’avevo mai provato. Io che, se mai un giorno fosse nato dentro di me, forse non l’avrei neanche saputo riconoscere.
In comunità avevo trovato il calore degli uomini. Dei tanti disperati come me. E anche del personale esterno che ci lavorava. Gli angeli delle stalle, come li chiamavamo noi, scherzosamente.
Con Don Giulio parlavo poco, anche se passeggiavamo tutti i giorni al tramonto, in silenzio. Io, lui e qualche altro. Non cercò mai di convincermi,
sapeva che per me non avrebbe fatto differenza. Avevo già perduto la fede. E nella mia nuova vita, se ne avessi mai avuta una, ci sarebbe stato posto per pochi. Io, Laura, Andrea, e forse qualcun altro. Dio ci sarebbe stato stretto.
Tutti i giorni arrivavano al cancello altri disperati. Fantasmi pallidi con gli occhi scavati scuri, cadaveri e scheletri senza vita. Sentivi un leggero alito di vento far più rumore dei loro passi di ossa logorate.
Noi da dentro guardavamo fuori e ci sentivamo privilegiati. Vedevamo madri straziate, piangere e gridare aiuto, aggrappate alle inferriate. E padri sconfitti, inermi dietro maschere di vergogna.
Non c’era posto. Erano troppi tutti i giorni. Venivano da ogni parte d’Italia. Quella selezione così disumana, che si ripeteva ogni giorno, ci faceva sentire ancora più attaccati al nostro destino. Stavamo giocando la nostra ultima partita. Ed era già una grande fortuna.
Sono stati anni difficili, Andrea, i primi anni ottanta.
Quelli di noi sopravvissuti all’overdose, se li è portati via l’Aids con calma.
Il Gemello lo ritrovai al mio ritorno dalla comunità, che sorrideva sopra a una fotografia al cimitero. Il Poeta è morto che non aveva trent’anni. Pesava quarantadue chili.
Qualcuno ce l’ha fatta, come il Cicala, che ancora adesso cerca sfogo. E lo trova nell’alcol.
Pochi sono riusciti come me a costruirsi una famiglia.
Portiamo tutti cicatrici. Abbiamo perso denti e capelli. Sudiamo per niente. E nei nostri occhi incavati e impauriti abbiamo ancora le pupille a spillo.
Non saprò mai spiegarti, Andrea, la mia generazione.
Allora ero convinto riguardasse solo i disperati come noi, che vivevamo annoiati, ai margini, nei paesi piccoli e sperduti.
Invece poi ho scoperto che anche nelle grandi città era lo stesso, e anche peggio. Se ne sono andati in tanti. Ognuno con una storia diversa.
In comunità ho imparato che un tossico non è un malato terminale. Non è destinato a morire per forza così.
Ma la cosa più importante che ho capito è che non devi solo guardare al male che hai fatto a te stesso e agli altri. Così non ne esci mai.
Invece, devi cercare dentro di te il bene che puoi ancora fare.
Devi rinunciare a cercare la pietà o il perdono. Non l’avrai mai.
Devi scoprire invece il talento che hai.
Tutto il resto, anche se ti rimane come un fardello sulle spalle, è passato, e non tornerà mai più.
Mio padre e mia madre non c’erano mai nella mia prima vita, e non hanno fatto in tempo a vedere la seconda. Ce l’ho ancora con loro, se è per questo.
Non dovevo stare in strada, loro avrebbero dovuto costringere anche me, come hanno fatto altri, a stare a casa a studiare almeno un po’, i pomeriggi.
La scuola, Andrea. La scuola è il mio rimpianto più grande.
Mi vergogno ancora oggi, sai, a parlare con la gente che ha studiato. Non mi escono le parole dalla gola, anche quando vorrei dirne tante.
Forse non avrei dovuto smettere di disegnare. Forse era quello il mio talento, chissà.
Per trentasei mesi sono stato lontano da te.
Ogni giorno, nella mia mente scattavo foto di te e facevo riprese che non potrò mai farti vedere su carta, o dentro a un televisore.
Quando ti ho incontrato la prima volta, avevi già due anni. Stavi in piedi su un tavolino davanti a me. Mi guardavi impaurito, come se io volessi portarti via qualcosa.
Adesso Andrea, fosse stato per me, avrei preferito evitare di ricordare. Mi ero illuso di non doverlo mai fare. Di cancellare il mio passato, sperando non ti accorgessi di niente e non mi facessi mai domande.
Invece ho capito che mi sbagliavo. Non può andare così. Tu presto avrai bisogno di riempire i vuoti della mia assenza.
Ed io ho paura che le parole non bastino. Vorrei dirti di più, ma non so se ne sarò capace.
Ho letto su un libro che la nostra capacità di amare si sviluppa proprio quando siamo piccoli. E che, anche se non abbiamo quasi nessun vivo
ricordo della nostra vita prima dei quattro o cinque anni, quell’età ce la portiamo dentro in altri modi.
Io, nella mia prima vita, da piccolo non ho conosciuto affetto. E non ho saputo darne.
Ma so che quel giorno, quella luce, quel sole, quel calore, quei suoni, io sono nato di nuovo.
E adesso anche io lo so. Tutta la vita sempre solo non sarò.
E son sicuro che un giorno ci sarà, un po’ d’amore anche per me.
Per me, che sono nullità, nell’immensità.

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