Sembravano nuvole

Sul muro del cucinino, accanto al frigorifero, come faceva ogni primo giorno del mese di ogni anno che io mi ricordi, mio padre aveva già girato il calendario di Frate Indovino sulla nuova pagina. Settembre 1981.
Anche quell’anno, come al solito, il frate barbuto e occhialuto sorrideva affabile in copertina. Sulla sua testa, una frase che era diventata un tormentone per noi ragazzi: “Cimabue, Cimabue, fa una cosa e ne sbaglia due”.
Avevo 12 anni, una bicicletta blu metallizzata modello da cross, e due monete da cinquanta lire sempre in tasca.
Con la bicicletta, da cui avevo rimosso tutta la parte posteriore, segandola fin sopra la sella e applicando poi parecchie saldature di rinforzo, andavo ogni pomeriggio alla pista dei salti.
Ad essere sincero io non saltavo veramente. Avevo paura. Ma la mia bici era identica a quella dei miei amici. Loro sì che saltavano. Facevano salti di due metri e anche di più. Li guardavo svolazzare senza gravità. Sembravano nuvole. In quel cielo così azzurro che nuvole non ne vedevi mai.
Con le due monetine invece passavo il resto della giornata al bar, a giocare a flipper. Spesso me ne bastava una soltanto, per vincere partite e partite gratis. Un tiro dopo l’altro, colpendo in alcuni punti precisi, la pallina di ferro faceva accendere una progressiva combinazione di spie e lampadine colorate. Alla fine, si accendeva lo Special Bonus, una spia arancione lampeggiante. Colpendolo al punto giusto, il flipper ti regalava una intera partita gratis. E poi ancora una partita gratis e un’altra ancora. Io ero il più bravo. Mi venivano tutti a guardare, mentre giocavo. Una sola monetina la facevo durare ore.
Vivevo in un piccolo paese dove non succedeva mai nulla. E nulla sapevamo, di quello che accadeva altrove.
Dalla radio locale trasmettevano tutto il giorno lo stesso nastro preregistrato, con le canzoni di successo del momento. Io l’ascoltavo tutti i giorni, di pomeriggio, dopo aver fatto velocemente i compiti, che a Settembre erano facili e ci mettevo pochissimo.
Poi, prima di andare alla pista dei salti, mi sdraiavo sul letto ad ascoltare una mezz’oretta di canzoni. Chiudevo gli occhi e canticchiavo sottovoce quelle che mi piacevano di più.
On my own, Woman in love, Gioca jouer, Roma spogliata, Per Elisa e l’impareggiabile Amoureux solitaires.
Ma il mio brano preferito era un altro. Una canzone che aveva dominato le classifiche quarantacinque giri per tutta l’estate.
Il gruppo inglese OMD, di cui io, unico tra i miei amici, conoscevo il nome esteso Orchestral Manoeuvres in the Dark, era ancora a Settembre ai primi posti della Top Ten, con pezzo che aveva un titolo strano, Enola Gay.
Nessuno di noi conosceva l’inglese. Ma cantavamo le canzoni straniere lo stesso, scimmiottandone le pronunce e usando parole inventate e senza senso, che cambiavano ogni volta.
“Nana nana, nana nana…. Na nananana nanà, nananana nanà… Enola ghei, sciul da stay a tto miester dei. Oh ooh wi sgan discraib…”
Ricordo ancora il video di quel brano. L’avevo visto a Discoring. Nuvole bianche fumose sopra a cieli azzurri di sfondo, effetti video verdi e rosa, luci lampeggianti e colori psichedelici in negativo. Il cantante bassista, un gilet grigio fumo con bordi neri, mostrava movenze parecchio aggraziate, come del resto il tastierista, anche lui con un gilet tipico da giorno di cresima.
Sembravano entrambi gay. Pensavo al titolo del brano e mi dicevo: “Chissà di che parla la canzone, non si capisce niente. Ma tanto, che mi frega? La canzone è bella uguale, pure se sono ricchioni”.
Il ritmo era così trascinante che sotto quel caldo secco di fine estate mi sembrava ballassero anche le cicale sugli ulivi.
Enola Gay era uno di quei brani irresistibili, che ce l’hai nella testa notte e giorno. Uno di quei brani a cui devi intestare una specie di rendita vitalizia delle emozioni. Perché quando lo risenti, anche dopo venti anni, ti riaffiorano i bei ricordi. E riprovi le stesse emozioni di allora.
Io quando me lo ricanto, rivedo ancora la bicicletta blu metallizzata che vuole saltare ma non ha il coraggio, e il flipper che accende lo Special.
Ero felice ad undici anni. Cantavo canzoni straniere perché quelle italiane le cantavano tutti. Non accadeva mai niente al mio paese. Perciò, per me, non doveva accadere niente neanche altrove.
Poi un giorno, ormai adulto, non ricordo come ho scoperto il vero significato di quella canzone. Fu uno shock, una di quelle rivelazioni che squarciano il mondo delle sicurezze che avevi costruito. E che aprono una voragine nel tuo passato fino a farti sentire ridicolo. Come quando scopri che Babbo Natale non esiste, e sei stato l’ultimo dei tuoi coetanei a capirlo.

“Enola Gay, sei l’orgoglio di una mamma nei confronti di suo figlio, oggi,
Oh, questo bacio che hai dato non svanirà mai più.
Enola Gay, non sarebbe mai dovuta finire così,
Oh, Enola Gay, non dovevi spazzar via i nostri sogni.
Sono le 8:15, è l’ora di sempre”

Enola Gay è il nome dell’aereo che sganciò la bomba atomica su Hiroshima, e che di fatto pose fine alla seconda guerra mondiale. Il pilota, per l’occasione aveva ribattezzato il suo aereo Enola Gay, nome di battesimo della madre.
Quell’uomo, premendo un dito, ammazzò trecentocinquantamila civili. Il più atroce massacro mai compiuto dall’uomo in un giorno solo.
Io ero felice a dodici anni. Non accadeva mai nulla nel mio paese, perciò per me non succedeva nulla neanche altrove.
Alcuni di noi erano bravi a saltare in bicicletta, altri col flipper. C’era chi storpiava canzonette straniere.
Enola Gay per noi non era nient’altro che un bel motivetto, da canticchiare felici sotto al nostro cielo, dove d’estate le cicale strillavano forte.

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