Lecittàdicarta | LONDON files

PRELUDIO

Cosa mi spinge a viaggiare?
Quello che non so, quello che non ho mai visto, né mai avuto.

BREXIT

Un giorno alla partenza. Ancora Londra. La mia ossessione.
Una città che ha un sindaco musulmano. Che con otto milioni e mezzo di residenti ha zero problemi col traffico di auto in centro. Che ha costruito la sua metropolitana la prima e la più grande al mondo. Dove tutti i maggiori musei sono gratis. In cui per dire, anche nei giorni feriali, ogni sera hai almeno venti concerti del tuo genere preferito.
Un paese, l’Inghilterra, che ha costretto il mondo a parlare la sua lingua. Perché è sempre stato davanti a tutti gli altri. Dalla tecnica all’innovazione, dalla ricerca scientifica alle università. Le rivoluzioni industriali, sociali e culturali, le lotte sindacali, i diritti civili. Le radio indipendenti. La musica rock, il punk.
Un popolo da sempre abituato all’alternanza politica. Vinco io, faccio io. Vinci tu, buon lavoro.
Qualcuno si stupisce perché vogliono uscire dall’UE.
Non io. Che ho sempre considerato l’Inghilterra venti anni avanti rispetto al resto. E Londra il centro del mondo. Cos’ha una civiltà superiore da spartire con un ammasso di burocrati UE, corrotti, speculatori, inutili carcasse umane? Dal mio punto di vista, scelta sacrosanta. E che nessuno abbia qualcosa da recriminare.

IL PRIMO TRADIMENTO

Non sono ancora partito, e ho già compiuto il mio primo tradimento. Colpa della Brexit.
Lascio a casa per la prima volta il mio vecchio e fedele compagno di viaggi, lo zaino in spalla. Le sue toppe con i nomi delle città, le spillette, le mille tasche sdrucite.
Lo tradisco con un trolley argento metallizzato, nuovo di pacca, ventinove euro da Groupon consegnato in un giorno.
Il fatto è che da quando il Regno Unito ha votato per l’uscita, le già lunghe file all’ingresso nel paese sono diventate chilometriche. Tra te e il checkpoint saranno quaranta metri, in linea d’aria. Ma devi seguire la serpentina. L’ultima volta, un’ora e mezza in piedi, mezzo metro ogni venti secondi, molli lo zaino pesante a terra e aspetti, lo tiri su e avanzi di mezzo metro. E poi sali e scendi da autobus, metro, tram. E schiena, cervicalgia, sciatica, l’età, gli acciacchi, puttanatroia l’emicrania.
Che poi è da un po’ che, quando sono negli aeroporti e mi guardo intorno, l’unico coglione del terzo millennio ancora con lo zaino in spalla sono io. A fare una fatica inutile sulla colonna vertebrale.
Non ho più vent’anni da un pezzo, ormai. Perciò. L’ha fatto uno per trenta denari, perché non dovrei farlo io per ventinove euro?

IMBARCO PRIORITARIO

Record del mondo. Prima gaffe con l’inglese già all’aeroporto di Pisa. All’estero ne colleziono tante, ma stavolta sono ancora in Italia.
In fila al Gate 22, tanta gente. Siamo fermi. Mi spunta da dietro una signora col fiatone. Indicando con l’indice la mia fila, mi chiede con perfetta pronuncia inglese:
Speedy boarding?
Please?
Speedy boarding?
No. London Stansted!
Ma vaffanculo Vinz va… Idiota! Sai qual è il tuo problema? Che rimugini. Se non stessi tutto il tempo a ripensarci, a quello che hai detto, non ti accorgeresti mai, delle figuredimmerda che fai col tuo inglese.

CETRIOLO VS. WALKIE TALKIE

Si ricostruisce la City del terzo millennio. Multinazionali famose investono sull’immagine, realizzando il sogno impossibile, entrare prepotentemente nella skyline della città. Avere gli occhi del mondo intero che guarda ammirato. Nascono due grattacieli avveniristici, firmati da architetti e ingegneri di fama mondiale. Vengono spese cifre enormi.
Infine arriva il momento decisivo. Gli esperti di Marketing & Communication devono trovare un nome per questi due gioielli dell’architettura del futuro.
Partoriscono toponimi altisonanti. Ma non fanno i conti con la giustizia popolare che, irriverente, se li ribattezza a modo suo. Nella gloria dei secoli, Il Cetriolo e Walkie Talkie.

PIOGGIA, STANCHEZZA E POST-PUNK

A Londra piove. A Londra quando cammini per tutto il giorno devi fermarti ogni tanto a riposare. E io, quando piove o sono stanco di camminare, mi butto dentro agli autobus rossi a due piani. Salgo al piano alto e mi siedo in prima fila. Da lì, con la città ai miei piedi, posso scorrazzare tra i quartieri londinesi.
Guardo estasiato i fiumi di gente tra i mercatini di Camden Town. Il fascino british di Notting Hill, Chelsea e South Kensington. Shoreditch, sempre più quartiere di artisti e gallerie. Brixton la giamaicana, coi suoi colori inconfondibili. Covent Garden soprattutto di sera, quando le strade iniziano a svuotarsi per lasciare spazio agli edifici dal sapore antico. Bloomsbury, quartiere intellettuale, dallo stile elegante e dalle architetture georgiane.
Sotto i miei piedi scorre l’asfalto di Belgravia, Whitechapel, Shepherd’s Bush.
Strade e quartieri di una bellezza suggestiva, che mi faccio passare davanti agli occhi come un film. La cui colonna sonora, in cuffia, è la musica che questi quartieri hanno ispirato negli anni 80.
Il post-punk inglese. Londra ancora una volta centro del mondo. Questa città mai sazia, che pure con la sua musica aveva già sconvolto il mondo nei due decenni precedenti.

LETTERA DI UN PADRE MAI NATO

Carissima Prof.ssa d’Italiano.
La prego di voler giustificare mio figlio Vinz P per non aver studiato gli argomenti previsti per oggi.
D’altronde, Lei comprenderà, i Paralipomeni della Batracomiomachia, poemetto satirico in ottave del nostro eccellentissimo Giacomo Leopardi, non solleticano in modo particolare la sua ancor innocente curiosità.
In tutta sincerità, Le anticipo che negli anni a venire non ci sarà mai niente durante le Sue lezioni, o tra le pagine dei libri scolastici, che gli toccherà il cuore tanto quanto i testi e le poesie di Ian Curtis, di Billy Bragg, di Joe Strummer o di Stephen Morrissey.

I miei più distinti saluti
Il papà di Vinz P

UBER BABYLON

La prima volta che arrivai a Londra, qualche anno fa, cominciai a usare Uber per curiosità. Mi conquistò subito. Mi faceva sentire moderno, risparmiavo un sacco ed era comodo. Da quella volta, quando serve, non riesco a farne a meno.
Uber è un universo incredibile. Entri nelle vite di questi autisti che ti accolgono nel loro regno, l’abitacolo. Ci trascorrono le giornate intere, intrattengono cittadini di tutto il mondo, con il loro inglese analfabeta.
Ti fanno sedere davanti, perché non hanno licenza da taxi ed è meglio non dare troppo all’occhio. I taxisti inglesi dei Black Cabs non l’hanno ancora mandata giù.
Ti raccontano il loro paese. La Siria, il Libano, la Turchia. Il tuo altrove.
Rashid ha un fratello gemello, all’esame di guida si è presentato lui per l’altro.
Aleandro nella sua Mercedes Benz Vito 9 posti è altezzoso, infastidito dalle domande, poi però scende ad aprirti la porta, ti aiuta con le valigie e ti stringe forte la mano.
Amanullah si lamenta del traffico, Londra è peggiorata dopo il referendum. Mi spiega mille motivi, nel suo inglese pakistano, capisco solo che son troppi Ncc sulle strade.
Javid è il più vecchio di tutti. Gli strappo un sorriso, forse si commuove anche, quando gli chiedo dei suoi undici nipoti, sei dei quali già laureati, gli altri a seguire. Tranne l’ultima, che studia canto ed è bravissima.
Ahmad ha conosciuto una ragazza a Londra, e quest’anno la sposerà.
Hakan è curdo, è vissuto in Italia per ventidue anni e mi elenca le bellezze del nostro paese, San Benedetto del Tronto, Novellara, Cesena. La più bella di tutte, a suo dire, La Spezia.
Io annuisco, l’Italia è “tutta bella”, mi dicevano da piccolo quelli del mio paese al Sud, uomini che nella vita avevano lasciato casa una volta sola, per il servizio militare.
Ihad in arabo significa dono. Ed è lui il mio dono più grande oggi. Mi chiede dei miei figli, mi regala un detto del suo paese, dilaniato dalla guerra, che mi fa piangere dentro.
“La guerra finirà quando i padri ameranno i propri figli più di quanto odino i propri nemici.”
Solo a Londra gli autisti Uber sono più di ventiduemila.
Londra ha fatto delle loro vite un’enorme Babilonia di culture, ne ha organizzato le relazioni sociali. Le provenienze e i continenti contano poco. È la fratellanza che li muove e li spinge giù dal letto, la mattina. La lotta per la sopravvivenza, l’hanno già vinta, con questo lavoro sicuro e redditizio.

(S)CONNESSIONI

Che peccato, tutta questa gente sulle strade, che si isola e si astrae dal mondo, coi cellulari o le cuffiette. Si muovono come automi, senza guardarsi intorno, disegnando traiettorie prive di esitazioni o ripensamenti.
Si perdono la bellezza, che li sfiora soltanto, come una carezza.

SANTANDER CYCLE HIRE

Come fa una città come Londra, otto milioni e mezzo di abitanti, a non avere alcun problema di traffico di auto nel centro nevralgico della città? Per un italiano è incomprensibile. Da noi, sopra i cinquantamila abitanti il centro è sempre imbottigliato. E in molti casi anche sotto.
Detto di Uber, degli autobus rossi a due piani, della metropolitana più antica ed efficiente del mondo, resta ancora qualcosa da dire, su Londra.
Qui non solo c’è, come del resto in tantissime altre città, ma funziona davvero, il bike sharing.
Massimo due sterline al giorno per disporre di una bicicletta, con l’unico inconveniente di dover frazionare il tempo in mini utilizzi di trenta minuti. Abbonamenti annuali stracciatissimi, per utenti assidui.
Secondo il British Medical Journal, su 25000 persone che utilizzano il servizio in alternativa alle automobili, il bike sharing salverebbe molte vite ogni anno, grazie alla riduzione di infarti, ictus e altre malattie dovute alla presenza di ossidi nell’aria.
Il servizio, attivato nel 2010, conta 8000 biciclette e 400 stazioni.
Su bici ho visto passare funzionari della City, musicisti, un anziano col chiodo, palestrati, minigonne, tacchi a spillo, tatuaggi, shopper bags, cuffiette, una donna incinta. Per non parlare delle famiglie a spasso nei parchi cittadini.
Quando vedo tutte queste cose, aerei a 10 euro, treni low cost, metro, bus, bici, funzionare così bene tutte insieme, mi chiedo se l’auto sarà ancora, tra dieci o venti anni, il mezzo di locomozione più utilizzato. Nelle città come Londra non lo è più da un pezzo.
Intanto, tornando a casa tra due giorni, ho assicurazione e bollo in scadenza. E la patente da rinnovare.

ESPERIMENTI

È scientificamente provato, a Londra quando cammini e hai bisogno di fermarti un attimo, dovunque tu ti metta, stai sempre in mezzoaicoglioni a qualcuno.

INCOMPRENSIONI

Aggiornamento gaffes enogastronomiche. A Borrough Market, mi fermo davanti a uno stand soli wurstel. Sulla graticola, di qua cinque salsiccioni bianco fumo, di là cinque color bronzo antico. Presumo pollo gli uni, maiale gli altri, oppure manzo. Per sincerarmi: “Excuse me, what’s the difference?”, indicando prima gli uni poi gli altri.
“These are ready and these are not!”

TATE MODERN

Di recensioni sulla Tate Modern è pieno il web. Io che in Storia dell’Arte sono sempre stato l’ultimo degli ignoranti, non saprei aggiungere alcunché di originale.
Quattro accenni soltanto.
Primo. Al piano due c’è una piccolissima saletta, dedicata ad atelier e studi d’artista. In poche foto e sequenze video scopro il fascino delle opere d’arte in divenire. La violenza fisica sulle tele di Karel Appel. Il misero spazio di lavoro di Alberto Giacometti. La luce rossa nelle stanze di Mark Rothko. L’austerità di Alan Davie. Un allucinato Nam June Paik al lavoro in sala montaggio.
Secondo. The Mori Gallery, piano tre. Severini, Balla, Boccioni e Modigliani sbaragliano la concorrenza. Gris e coniugi Delaunay inclusi.
Terzo. Babel 2001 di Cildo Meireless, brasiliano, è l’opera maxima. Una torre alta quindici metri costruita con sole radioline, accese contemporaneamente su tutte le lingue del mondo. Effetto straniante ma potentissimo.
Quarto. Gli scatti di Martin Parr mi restituiscono la storia recente e l’essenza operaia del Regno Unito, terra di gente concreta, che non vive di sogni, perché di sogni vive chi non sa realizzarli.

AUSTERITY OVVERO TAGLI AL PERSONALE

Un gioco che mi diverte molto è andare alla ricerca di quelle traduzioni improponibili da altre lingue all’italiano. Come quando ti imbatti nell’esilarante mondo delle App, tanto per fare per esempio.
Così, tutte le volte che spingo il mio naso oltre frontiera, cerco di scoprire se l’italiano è in qualche modo supportato. Siti web, brochure, segnaletica e cartellonistica.
Ora io per dire, sul mio biglietto National Express, prenotato e stampato dall’Italia, lingua selezionata Italiano, c’è scritto:
“Tutti i passeggeri devono essere avvertimenti delle sedie”.
E più avanti:
“Bus disponibile fino a 60 minuti da entrambi i lati del tuo tempo prenotato”.
E allora io mi ricordo bene, quando fino a qualche tempo fa si diceva ai freschi diplomati, iscriviti a Lingue che quello è il futuro e trovi lavoro di sicuro.
Ed andata proprio così, l’Inglese oggi nel mondo è indispensabile. Ma nessuno aveva previsto che, invece dei posti di lavoro, sarebbe arrivato Google Traduttore.

VOCE DEL VERBO TRAFUGARE

Sono senza parole. Ho visitato il più importante museo italiano. Da Caravaggio a Canaletto, da Redi a Mantegna, Tiepolo, Tintoretto, Raffaello, Tiziano. Un elenco infinito.
Ingresso gratuito, domenica pomeriggio, migliaia di visitatori e nessuna fila all’ingresso. Ha sede legale all’estero. Si chiama National Gallery.

ITALIANI ALL’ESTERO

Uno vestito in perfetto stile inglese, sulla metro legge De Carlo. Uno di notte raccoglie le copie dei giornali free press avanzati, sui marciapiedi. Una fa la cassiera da Sport Direct, e questo ti facilita eccome, ma poi ti chiede come si dice in italiano refund perché dopo tre anni a Londra non se lo ricorda più. Due in albergo mi passano accanto facendo apprezzamenti osceni ad una ragazza dello staff, credendomi straniero. Una s’attacca ai miei tacchi in fila al checkpoint nonostante suo marito continui a ripeterle non t’attaccà alla gente. Una, sola a un tavolo di un pub a Soho, le squilla il cellulare e ci tira dentro con un vocione da stadio: “ma te voi dà na mossa che qui me stanno a batte i pezzi?”. Uno ha la bancarella a Borrough Food Market e vende specialità indiane. Quattro si fanno un selfie schiacciati dentro una cabina telefonica rossa, nel puzzo di piscio e coi piedi sopra alla spazzatura che ormai gli inglesi le cabine telefoniche rosse le usano solo per quello. Una fa la ragazza alla pari e spinge una carrozzina di due gemelle nei viali di Hyde Park, mentre incredula racconta a qualcuno al telefono che ha appena visto due scoiattoli. Uno davanti ad un quadro impressionista alla National Gallery spiega alla moglie ad alta voce, cercando di farsi sentire dai due figli indifferenti che stanno chattando al cellulare, questo Degas qui è quello famoso per le ballerine, e Van Gogh per i girasoli, e poi c’è Manet quello dell’acqua, o forse era Monet, adesso non mi ricordo, li confondo sempre. Altre centinaia, sempre nello stesso museo, intasano lo spazio davanti ai Picasso, ai Monet, ai Cezanne, ai Van Gogh al solo scopo di scattare selfie o foto di famiglia. Fatta la foto girano le spalle al quadro e ne vanno a cercare un altro.

BATTERSEA, ORWELL E I PINK FLOYD

Seduto sulle rive del Tamigi, tra battelli e grattacieli, guardo Battersea e penso alla copertina di Animals, anno 1977, primo album dei Pink Floyd in cui Roger Waters prende il comando. Opera progressiva, anacronistica, se si pensa che in quegli anni il punk sta spazzando via tutti i virtuosismi musicali.
Il lavoro è un concept album, la cui scrittura è ispirata a The Animal Farm di George Orwell, che descrive in chiave metaforica l’avvento dello Stalinismo.
Dopo la rivolta degli animali contro gli umani, i primi prendono il controllo della fattoria, aspirando ad un modello di organizzazione paritario. Pian piano però decidono di differenziare e delegare, affidando di fatto il potere politico ai maiali, ritenuti la specie più intelligente. Andando incontro a dei disastri ineluttabili. A colpi di prevaricazione e usurpazione, nasce la dittatura dei maiali.
Nell’album come nel libro, ogni razza animale rappresenta una categoria di persone. Rispetto a Orwell, Roger Waters prende in considerazione solo i cani, ovvero gli arrampicatori sociali al servizio dei potenti (chiaro riferimento a giornalisti o polizia), i maiali ovvero politici e capitalisti, e le pecore, cioè il gregge, la massa.
La copertina del disco mostra l’immagine di un pallone aerostatico a forma di maiale, che vola proprio sopra la Battersea Power Station di Londra, imponente centrale termoelettrica a carbone, sulle rive del Tamigi.
Tutto molto esplicito. La supremazia dei porci sul proletariato.
Dei tre elementi, forse l’album non è il migliore dei Pink Floyd, il libro di Orwell invece è un assoluto capolavoro della letteratura, Battersea qui davanti a me è qualcosa di poeticamente sconvolgente.
A fare questa valutazione non sono certo solo io. La centrale è entrata nell’immaginario di generazioni di artisti. Compare infatti in moltissime opere.
Nella copertina interna di Quadrophenia, album del 1973 degli Who. Nel film Orwell 1984 di Michael Radford. Nel libretto di The Resistance del 2009 dei Muse. Ne L’Illusionista del 2010 di Sylvain Chomet. Nel film Tata Matilda e il grande botto, dove tra le ciminiere vola un maiale gonfiabile come sulla copertina di Animals. In Fast & Furious 6.
E ancora, ne I figli degli uomini di Alfonso Cuaron e nel videoclip di Jumping Someone Else’s Train dei Cure.
E qui adesso, a guardare la centrale, mi ripassano davanti agli occhi tutte queste immagini. Fotogrammi e suoni che hanno fatto parte del percorso che mi ha portato fin qui.

THE POUNDS OF BRIXTON

Vado a vedere Brixton perché, si sa, è il quartiere multiculturale per eccellenza. Musica afrocaraibica, rasta, Giamaica, sapori, profumi e colori. Lo sanno tutti e lo hanno scritto in tanti.
Che qui ci vivevano David Bowie, Mick Jones e Paul Simonon dei Clash, per dirne tre soltanto, anche questo è risaputo.
Ma che la gente di Brixton avesse inventato un modo geniale per tutelare la propria economia e promuovere i negozi e le attività locali, questo non solo non lo sapevo, ma mi spiazza totalmente. Perché pensi a Brixton come il luogo più lontano possibile dalle faccende monetarie e finanziarie, prerogativa e appannaggio della City.
E invece, sorpresa. A Brixton hanno coniato il Brixton Pound, una moneta proprietaria, alternativa alla sterlina inglese. Roba da non credere, da far impallidire Leghe e secessionismi del mondo.
Simile a tutte le altre. Filigrana, ologramma, numerazione, rilievi e tutti i crismi per la sicurezza. Tranne l’aspetto, che invece esalta l’appartenenza al quartiere.
Al posto della vetusta Regina Elisabetta, presenza fissa su tutte le banconote del regno, ecco Olive Morris attivista giamaicana, Carl James anticolonialista di Trinidad, Van Gogh e David Bowie.
Il B£ (Brixton Pound) può essere convertito in regolari Sterline con cambio 1 a 1, presso gli uffici abilitati del quartiere. Può però essere speso soltanto nei negozi di Brixton, oppure utilizzato per alcuni servizi sociali e transazioni tra privati, tipo supporto familiare, baby-sitting, ecc. Servizi offerti sempre e solo da residenti.
Il fatto che la moneta sia spendibile soltanto nel quartiere garantisce che ogni centesimo servirà a supportare l’economia locale. Ci rifletto su. Mi sembra davvero ingegnoso.
Incuriosito mi metto a cercare tutte le informazioni del caso su Internet. Gli esercizi di Brixton in cui si possono spendere i B£ sono circa 250. E sono attivi anche i classici servizi digitali, tipo i pagamenti dal cellulare. Le banconote sono disponibili in tagli da 1 fino a 20.
Dato il loro aspetto e la peculiarità, sono diventati oggetto di culto per collezionisti, soprattutto nel caso di alcune serie stampate in tiratura limitata.
Questa città è sbalorditiva. Per quanto io possa andare avanti, mi guarda sempre dal futuro.

SOHO

Girovagando per il centro di Londra, tra una cosa e l’altra, mi ritrovo sempre a camminare per le strade di Soho. E’ più forte di me. I miei passi obbediscono ad un richiamo.
Soho polmone artistico e culturale della città, mescolanza di culture che dipingono un’umanità variegata e cangiante.
Soho sempiterna Corte dei Miracoli, dove mirabolanti avventurieri e arrampicatori sociali, imploranti di giorno, si trasformano in facoltosi adoratori di idolatrie pagane di notte.
Soho storico quartiere popolare. Abitato da strani figuri, alieni al resto della città. Artisti, hippies, anticonformisti, bohémien, prostitute, eroinomani, accattoni, questuanti. Hanno popolato nei decenni questi palazzi occupandoli abusivamente, in molti casi.
Soho avamposto delle mode della città, da cui tutte le arti hanno attinto per decenni. Un ruolo incontrastato, almeno fino al recente passato, prima dell’era degli investimenti, dei grandi capitali e delle trasformazioni urbanistiche che hanno stravolto la città.
Soho non è più il quartiere a luci rosse di Londra, fama peraltro esagerata, derivata dall’aver avuto in passato una elevata concentrazione di residenti omosessuali, bordelli e strip clubs. Sulle macerie degli antichi luoghi del proibito, sono nati locali alla moda e ristoranti ricercati.
Soho ha scritto pagine fondamentali nella storia della musica inglese. Quartiere sempre in grande fermento, aspetto divenuto peculiare del luogo e che ne ha fortificato l’insediamento.
Nel 1962 i Rolling Stones hanno iniziato qui, coi primi concerti al Marquee, al numero 90 di Wardour Street. Sempre al Marquee si sono esibiti David Bowie, i Pink Floyd e i Led Zeppelin sul finire degli anni sessanta. Alla St. Martin’s School of Art diedero i loro primi concerti i Sex Pistols. Al 100 Club invece, in Oxford Street, innumerevoli concerti dei gruppi punk. Storici quelli dei Sex Pistols e dei Clash.
Cammino per le strade di Soho con in mano uno stupido foglietto di indirizzi, che ho stilato per l’occasione. Etichette discografiche, negozi di vinili e di strumenti musicali. Guardo solo le vetrine, perlopiù. Non faccio foto, non raccolgo simulacri. Guardo e basta. Come un malato mentale in preda ad una crisi maniaco ossessiva.
Cerco i luoghi del mio immaginario giovanile e ne trovo ancora molte tracce. Luoghi che hanno scritto la storia della mia epoca. Là, dove per me tutto è cambiato. Mia palingenesi. Origine di tutto quello che conosco.

TEN FIFTEEN SATURDAY NIGHT

Per quello che vedono i miei occhi, oggi la folla riempie le strade di Soho per due motivi. Brunch e aperitivo di giorno. Birra e alcool di notte.
Il sabato sera lo spettacolo si fa circo.

Giovani rampanti e vecchi nostalgici si rimirano negli specchi del proprio ego, giocando alla trasgressione. Per tutta la settimana rincorrono stipendi e salari, saltando pasti o consumandone in strada, correndo sulle scale mobili da una stazione all’altra.
Poi il sabato sera questi automi, perfetti soldatini programmati al lavoro e alla subalternità, li ritrovi appesi ai pali o alle ringhiere, a reggersi l’un l’altro barcollanti, nel tentativo di ritrovare prima dell’alba la strada verso casa.
In tutta la città intanto, ambulanze polizia e vigili del fuoco, che per tutta la settimana hanno svolto l’ordinario, sfrecciano il sabato notte con le loro sirene assordanti, a rincorrere l’idea che è tutto ok, tutto sotto controllo. Sono ragazzi. Hanno solo bisogno di sfogarsi un poco.

ABOUT DIFFERENCES

Passando accanto ad una comitiva in gita scolastica, non so dove mi trovo esattamente, colgo al volo una battuta sulla Regina di una guida turistica ai suoi silenziosi uditori. Mi fermo ad ascoltare perché il ragazzo ci sa fare, colpisce per le spiccate doti di recitazione e continua a sciorinare frasi ad effetto, musica per le mie orecchie affamate d’inglese. Sarà un teatrante convertito a miglior fortuna retributiva, penso.
Parla di Oscar Wilde e finisce per affermare orgoglioso che a Londra una cosa che salta subito gli occhi, dice proprio così, è il fatto che la città abbia storicamente dimostrato di saper convivere con tutte la diversità.
Poi si riferisce all’omosessualità, e spara una freddura che suscita l’ilarità dei suoi clienti. Non la mia, che stavolta non comprendo perché, riflettendo sulle differenze, chissà come il mio pensiero è andato a finire ancora una volta indietro nel tempo. 1985, un film meraviglioso di Stephen Frears, My Beautiful Laundrette. Esordio da protagonista assoluto di un ventottenne Daniel Day-Lewis mezzo ossigenato. Sceneggiatura di Hanif Kureishi. Indimenticabile.
Quando mi ridesto, siamo tutti ancora immobili ad ascoltare l’istrione, che conclude in bellezza. D’altronde dice, dopo aver fatto una breve pausa ad effetto, noi siamo stati i primi al mondo ad avere un Primo Ministro transgender, Margaret Thatcher.

QUASI EPILOGO

Il mio viaggio sta per concludersi.
Nel momento in cui scrivo gli ultimi appunti è notte fonda. Non so ancora che domattina ci saranno due gradi anche se siamo a Maggio. Che pioverà senza interruzione. Che resterò sotto una piccola pensilina al freddo ad aspettare un autobus, il quale si presenterà con un’ora di ritardo. Che il pachiderma rimarrà imbottigliato nel traffico delle superstrade periferiche di Londra, direzione Stansted, accumulando così una seconda ora di ritardo. Che arriverò all’aeroporto soltanto venticinque minuti prima della partenza, col Gate praticamente già chiuso, e che tra smadonnamenti e vaffanculo in dialetto salentino misto inglese, chissà come alla fine riuscirò a salire su quell’aereo. Che quando il velivolo atterrerà due ore dopo a Pisa, all’apertura dello sportello avrò ventinove gradi umidi in piena faccia.
Durante il volo, scriverò un ultimo pezzo. Un dialogo immaginario tra me e il resto del mondo. Ossia tra me e la Società dell’Immagine Spa, di cui non sono mai stato socio né azionista. Sarà l’ultimo capitolo di questo racconto di viaggio.

EPILOGO (IN FORMA DI DIALOGO)

E così Vinz, sei stato a Londra!
Si, tornato ieri.
Ah, beato te. E com’è Londra, com’è?
Beh, non è facile in due parole. Londra è una città che ti mostra e ti nasc…
No, dico. Com’è, è bella?
Appunto, ti stavo dicendo che Londra la puoi capire soltanto se hai la paz…
Ho visto che non hai pubblicato nessuna foto su feisbuk e manco su uozzap, come mai?
Si, è vero. Non mi piace pubblicare foto dei mie viag…
Ah, ho capito. Certo, certo. Beh allora, visto che siamo qui, fammele vedere. Ce le hai nel cellulare?
No, non ce le ho sul cellulare. Ti dicev…
E dove ce le hai, sul tablet? Allora me le puoi mandare sulla meil! O col blututt!
Mi fai parlare?! Stai calmo un attimo, respira. N o n h o n e s s u n a c a z z o d i f o t o d i L o n d r a!
Nessuna?
Nessuna!
Come nessuna?
Non faccio mai foto. Da ragazzo le facevo, con la reflex. Adesso non più.
Ma come? Ma manco una? Nessuna nessuna nessuna? Neanche per ricordo?
Macché ricordo! Internet è pieno di foto dei posti! Scatti migliori di quelli che potrei fare io. Se mi vien voglia di ricordare, mi scarico quelle.
Ma che cazzo dici? Oh, ma ti sei impazzito? In quelle foto che dici tu su Internet, c’è il posto ma non ci sei tu!
Se le facessi io, lo stesso non ci sarei io!
Vabbè scusa, aspetti che passa uno. Scusi, mi scatta una foto? Grazie. E ci sei dentro tu, no?
No, che hai capito? Intendo che se anche mi metto dentro alle foto, non ci sarei io.
E chi ci sarebbe?
L’immagine di me, non io. E comunque, io invece di fare foto, preferisco scrivere.
Scrivere?! Scrivere cosa?
Appunti, note, pensieri, storie. Roba così.
Tipo?
Ma non so, quello che mi passa in mente sul viaggio, sulla città, su quello che…
Ma dimmi la verità, Vinz. Ma mi stai prendendo per il culo?
No, dico davvero. Se vuoi leggerli posso mandarteli al posto delle foto, mi farebbe piac….
Ma che cazzo dici Vinz?!
Si giuro, mi farebbe piacere. Quello che voglio dire è che negli appunti ci sono proprio io, quello che pens…
Ma te sei fuori! Vabbè dai, ascolta. Adesso devo andare, s’è fatto tardissimo. Oh, ti chiamo eh?
Mi chiami tu?
Contaci. Ciao.
FINE. Stop.

2 pensieri riguardo “Lecittàdicarta | LONDON files

  1. complimenti Vincenzo per il tuo diario di viaggio Londinese! Mi hai fatto sorridere con la tua ironia e mi hai riportato in alcuni dei miei luoghi del cuore in questa città unica. Condivido i riferimenti culturali, musicali, il modo di registrare le tue emozioni, prendendo appunti su un taccuino. hai proprio ragione a mollare la tecnologia durante l’esplorazione. Il web è pieno di foto, spesso magnifiche ,che possono ravvivare le emozioni che questa città provoca. Pubblico il tuo diario sul mio blog.Bravo!

    1. Ciao Ornella. Che felicità che mi danno le tue parole! Grazie di cuore. Dopo Londra, sto per pubblicare il diario di Berlino. Seguiranno poi quelli di Varsavia e Glasgow. Tutte città che ho provato a raccontare usando la scrittura e la narrazione (lecittàdicarta… appunto) e non per immagini (troppo facile e scontato). Felice di esserci riuscito, almeno nel tuo caso! Un abbraccio. Vinz P

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